Chi sono

Blogger: claudoelliott

Pubblicato a puntate a cura dell'Associazione Culturale Italia Medievale.

Claudio Elliott, nato a Griffith (Australia), ha vissuto a Firenze e Napoli; attualmente insegna lettere a Potenza (Basilicata). Autore di libri per l'infanzia per gli editori Le Monnier, Medusa, Rubino. Il romanzo Giovanna d'Arco: i lupi e il vento è ancora inedito e fa parte del ciclo di Lara Bettini (una ragazzina che entra in contatto con altre realtà - o queste entrano in contatto con lei). Gli altri libri della serie sono: Game over (mondo dei videogiochi), Le due vite di Aya (mondo azteco), Quattro parole dal passato (medioevo italiano, inquisizione), Il tesoro dei briganti (Italia post-unitaria), L'ultimo canto del faraone (mondo egizio). Tutta la serie di Lara Bettini è quindi in bilico costante - e pericoloso- tra presente e passato, con incursioni dei protagonisti in altri mondi. Altri libri di Claudio Elliott: Birillo alla scoperta del mondo, La poliziotta bionda e con gli occhiali, Mistero a New York (con lo pseudonimo di Alexander Moore).

Consigli per la lettura: i capitoli vengono inseriti settimanalmente, quindi in home page troverete sempre il capitolo più recente. Per iniziare la lettura da qualsiasi capitolo basta cliccare nella banda di sinistra sul capitolo desiderato nelle Categorie.

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martedì, 17 gennaio 2006

capitolo undicesimo

capitolo nono

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431).


La partita del ritorno

La tequila era finita e il ragionamento quadrava. Popo si alzò dalla sua comoda sedia a sdraio, diede una fugace occhiata alla maestosa capitale messicana che lui dominava dal suo terrazzo, osservò le scie luminose gialle e rosse delle auto che, incessanti, percorrevano i viali della città, e si diresse al computer: aveva deciso di scrivere un’e-mail al suo amico d’Oltreoceano.

Caro Omero, grazie dell’indovinello. Pilar e io ci abbiamo messo un bel po’ a risolverlo, ma ora tutto ci è chiaro. Ti allego le traduzioni. E le osservazioni. È palese che una delle lettere è un falso. Ma prima che ti dica qual è, fammi sapere tu a che conclusioni sei giunto, e raccontami della tua vivace nipotina. Ci giuro che qua sotto c’è lo zampino di Lara e delle sue strane qualità. Ma cosa può volere da lei Giovanna d’Arco? Non può essere salvata dal rogo o dalla prigionia, perché se no i libri di storia andrebbero riscritti. E la cosa è leggermente complicata. Secondo me, anzi secondo noi, Giovanna d’Arco sta richiamando l’attenzione di Lara affinché in seguito sappia che sarà proprio lei, la Pulzella, a chiedere un suo intervento. Per quale faccenda, è un mistero nel mistero. Ti abbraccio.

Omero lesse la lettera di Popo, poi si affacciò alla finestra.

Gli altri erano fuori che confabulavano; Bruno era sempre più confuso, e loro stessi non avevano del tutto le idee chiare. Però il loro atteggiamento mentale era diverso da quello del capitano: loro credevano a Lara e a quello che le capitava, affrontavano con spirito curioso le varie vicissitudini, senza ancorarsi troppo alla realtà concreta, dato che non era concreto quello che succedeva. Erano escursioni nel tempo e nello spazio, al di là di ogni logica, e ormai loro l’avevano accettato. Bruno no. Questo era il punto.

Il ragazzo che era nella macchina di Bruno si era stancato di stare lì tutto rigido, in una posizione abbastanza scomoda per uno alto come lui. Quindi uscì, si sgranchì e si avvicinò a Floriana e al padre.

- Ti eri scordato di me? – chiese al capitano.

- Oh, no, stavo discutendo, ecco, questa è mia figlia, lui è Charles, uno di quelli che duellavano.

Charles osservò la bella ragazzina che gli stava davanti e le fece un sorriso. Lei rispose nello stesso modo: era più bello di Leo, ma forse non più bello in assoluto, no: era più uomo, più maschio. Aveva lo sguardo intelligente di chi sa molte cose ed è alla ricerca di altre.

Bruno aggiunse: - Quella ragazza là che sta rientrando in casa è Lara. È un po’ svitata.

Charles guardò verso la casa, in cui stava scomparendo una sagoma femminile: lei era la destinataria del suo messaggio, dunque, colei che avrebbe dovuto aiutare Giovanna nella sua missione. Chissà se aveva letto la lettera, se l’aveva interpretata? Lui si rendeva conto che sarebbe stato un bel mistero capirci qualcosa, per persone così lontane nel tempo, ma lo scopo per cui Luc aveva scritto quella missiva (come se fosse stata dettata dalla cugina) era di mettersi in contatto spirituale con quella Lara. Il resto sarebbe stato nelle mani di Giovanna, di Luc e del destino.

Chiese a Floriana: - L’avete avuto il mio messaggio?

- Ah, tu sei il messaggero misterioso.

- Sì – intervenne Bruno con tono sarcastico – dalla Francia del quindicesimo secolo, figurati, e su un cavallo che è passato attraverso una cascata, lui e quell’altro ribaldo. Poi dicono che le poste non funzionano: seicento anni per una lettera!

- Ne abbiamo avuti due, di messaggi, per la verità – disse Floriana.

- E tutt’e due in ritardo – borbottò Bruno.

Il ragazzo dagli occhi bruni e intensi fece un nome: - Alphonse.

- È l’altro – spiegò Bruno.

- E non sappiamo qual è il messaggio vero e quale quello falso – aggiunse Floriana.

- Potrei aiutarvi io, anche se non so il contenuto della mia lettera. Ma conosco Giovanna e come si esprime.

- Ecco – esplose nell’aria la voce di Lara, che avanzò correndo verso di loro con un pallone in mano – siamo in nove!

- E allora? – chiese Bruno, che non riusciva ad associare quel numero ad alcuna cosa importante.

- Si gioca! – gridò Lara.

- Si che?

- Si gioca. A calcio. Facciamo una partita. Dai, quattro di qua, quattro di là. Zio fa l’arbitro.

Bruno si rivolse alla figlia, che però fece spallucce, e così andò in casa a chiedere informazioni. La giornata era già stata sconvolgente, e ora ci si metteva anche Lara con la sua partita. Tra l’altro lui non tirava calci al pallone da decenni.

- Che roba è? – chiese Charles a Floriana.

- Calcio. Si deve appunto calciare quella palla. Lara sta facendo le porte, e la palla deve andarci dentro.

Charles vide che Lara metteva a terra dei panni, che erano stati portati da un ragazzo. Li ammonticchiava da una parte, poi ne ammonticchiava altri a un paio di metri di distanza. Un cagnolino la seguiva passo passo saltellando dalla gioia e abbaiando con la voce squillante.

- Mamma, chiudi Zip da qualche parte. A lui piace giocare a pallone, potrebbe farci cadere.

- Quella è la prima porta – stava spiegando Floriana. – Ora ne formerà un’altra, poi facciamo due squadre e inizia la partita. La palla deve entrare tra quei panni, nella porta.

- Siete gente strana – disse Charles, nell’orecchio di Floriana.

- Non sai quanto! – rispose ridendo la ragazza.

Un fischio alto e irritante ruppe l’aria: Charles vide un tizio coi baffi e un fischietto tra le labbra che usciva dalla casa, seguito dal capitano e da altra gente, uomini e donne. Contò: i presenti erano nove, lui compreso. Tra questi, una biondina un po’ intontita, che seguiva docilmente gli altri.

Lara fece le squadre, con un piglio da maschiaccio: - Con me il professore, Marina e Bruno. Dall’altra parte mamma, Floriana, il ragazzo nuovo e Leo. Zio arbitra.

- Mi sembri un po’ fuori di testa – disse Marina – Noi tutt’al più giochiamo a pallavolo.

- Non c’è la rete – spiegò Lara.

- Sì, ma che bisogno c’è di giocare? – chiese Marina – Sono stanca, ho le ossa a pezzi come se fossi stata travolta da un camion.

- Forse da un cavallo – borbottò Bruno a bassa voce, tentennando la testa: non capiva quella improvvisa voglia di Lara di organizzare una partita. Lui aveva altro da fare, doveva trovare Alphonse, non aveva tempo da perdere, e stava per protestare quando Omero gli si avvicinò e gli disse qualcosa nell’orecchio. Il capitano fissò Marina per qualche istante, scosse un’altra volta la testa e si mise nella posizione indicata da Lara, che stava dirigendo le operazioni.

- I portieri saranno Marina e il ragazzo …

- Charles – si presentò lui.

- Ecco, Charles.

- Che devo fare ?

- Tu puoi prendere la palla con le mani, noi no.

- No? – chiese stupito il ragazzo.

- No, noi usiamo i piedi e la testa. Ma fa’ attenzione: la palla non deve passare nella porta.

- Cioè non deve passare dietro di me?

- Più o meno.

- Ho capito – disse Charles, che conosceva in parte il gioco a cui stava per partecipare: o meglio, gliene aveva parlato Luc, che aveva letto un libro di uno scrittore toscano che descriveva questo gioco della palla, in cui due squadre di venticinque uomini si affrontavano per arrivare a una mèta, ma potevano usare anche le mani. La moda veniva, tanto per cambiare, da Firenze.[1]

E ora era lì a praticarlo, questo sport in miniatura (otto giocatori,) e con le regole cambiate

- Io non so parare – borbottò un paio di volte Marina, che però si mise tra i due mucchi di panni.

Leo la teneva d’occhio. La palla doveva capitargli al più presto, e con quella al piede avrebbe dovuto involarsi verso la porta presieduta da lei e travolgerla.

Omero osservò le due squadre. Era la cosa più ridicola che avesse mai visto. Sua cognata Gloria si era messa un paio di pantaloncini e scarpe da trekking (da giovane era stata una studentessa di geologia, e di sicuro le erano servite per le escursioni), Bruno era vestito di tutto punto, compreso lo sguardo truce d’ordinanza, Charles aveva il suo abbigliamento medievale e lo sguardo perplesso, Floriana aveva una gonna lunga e si era messa a piedi nudi, il professore aveva indossato una tuta ma aveva le scarpe di tutti i giorni, Leo invece aveva indosso l’abbigliamento da rugby. La più disinvolta era Lara, vestita di jeans e scarpe da ginnastica.

- Via! – gridò Omero, facendo seguire alle sue parole il suono acuto del fischietto.

Bruno ricordava di quando giocava da ragazzo proprio con Omero e Ricciardi, e che dava più calci ai sassi che al pallone; ricordava le sgroppate verso la porta avversaria, gli insulti, le sudate, le cadute, le caviglie doloranti; ora la cosa era strana, irreale, lì sull’erba della casa di Lara, e quando gli capitò la palla tra i piedi la calciò con forza verso il portiere avversario, Charles. Questi la prese con una sola mano, poi la fermò con l’altra e alla fine bloccò la palla (che gli stava sgusciando tra le dita) con le ginocchia.

- Visto come sono bravo? – chiese.

- Dalla a me! – gridò Leo, al che, goffamente, il ragazzo gliela lanciò con le mani. Lara si fece incontro al fratello bisbigliando: - Faccio finta di contrastarti, poi tu corri con la palla al piede verso Marina. Non le fare male!

- Sta’ tranquilla, sorellina – sussurrò lui, che si mise a fare un paio di dribbling, fece finta di avere difficoltà nel superare la sorella, poi passò la palla a Floriana che subito gliela restituì, così lui poté avviarsi verso la porta.

Marina non aveva mai giocato a calcio, ma sapeva che la palla non doveva entrare nella sua porta, quindi appena vide che Floriana aveva passato il pallone a Leo e che lui veniva verso di lei di gran carriera, si mise a gambe larghe, pronta a tuffarsi sulla sfera prima che superasse la linea immaginaria tra le due pile di vestiti.

Vide Leo che veniva verso di lei, non si fermava, non calciava, ma come un treno avanzava ansimando con la palla al piede, poi se lo trovò addosso e crollò sotto il suo peso, battendo la testa sul prato.

- Sei un cretino! – gli gridò, rialzandosi, poi si guardò attorno, vide i suoi amici e il professore e la madre di Lara e un ragazzo sconosciuto che la fissavano e chiese: - Ma che ci facciamo qui? Che sta succedendo? ma come siete bardati?

- Non chiederlo a me – disse il ragazzo.

- Te lo spiego io – disse Lara, prendendola a braccetto.

- Dio, mi sento confusa. Mi gira la testa. Ma …

- Non parlare. Ora ti chiarisco tutto.

- La partita è finita – proclamò Omero, dopo di che fischiò tre volte e incrociò nell’aria le mani.

- Proprio ora che mi stavo divertendo! – protestò Bruno – Non è durata neanche cinque minuti!

Ricciardi gli mise il braccio sulle spalle e gli parlò, mentre Gloria raccoglieva i panni che facevano da palo e liberava uno stupito ma scodinzolante Zip.

Lara, rientrata abbracciando Marina, e sedutasi con lei sul divano di casa, le spiegava gli avvenimenti; Marina sentì la presenza consolante di Leo, che si era messo vicino a lei e gli appoggiò la testa sulla spalla sussurrando uno scusami che riempì il cuore del ragazzo di tenerezza; nel frattempo ascoltava perplessa.

- Io avrei scritto quella lettera lì? In latino, poi?

- Ce l’hai anche declamata! – esclamò Ricciardi – e con una perfetta dizione medievale, pensa un po’.

- È così – le bisbigliò Leo.

- Ho delle macchie sulle dita, come se davvero avessi impugnato una penna – disse Marina, osservando il pollice e l’indice della mano destra, poi le portò al naso: - Mm, odore di inchiostro, senz’altro.

- Ora – disse Omero alla combriccola, che stava tutta intorno a Marina, chi seduto sul divano, chi sul tappeto (solo Gloria si era allontanata ed era andata a cambiarsi) – la situazione è chiara. O meglio, sappiamo che le cose hanno un significato.

- Io so una sola cosa: che siete tutti matti – disse Bruno – e so un’altra cosa: che devo cercare l’altro ragazzo, che mi è scappato sotto il naso.

- Vengo con te, capo – disse Charles.

- Non ce n’è bisogno – fece Lara: aveva visto che suo padre stava parcheggiando, e nella macchina c’era uno sconosciuto – Zio, c’è papà.

Omero vide comparire il fratello con un tipo alto e allampanato che, a vedere tutta quella gente, ebbe un moto di sorpresa e di timore.

Bruno si volse verso la porta, e vide il dottor Bettini seguito da Alphonse, con la mano fasciata.

- Ah, sei qui, malandrino?

- Ce l’hai con me? – chiese il dottore, meravigliato.

- No. Ce l’ho con quel mascalzone che hai portato con te. Ah, vedo che ti sei ferito, nel tuo miserevole tentativo di fuga.

- Se non fosse stato per questo, non mi avresti trovato mai – disse Alphonse.

- Ah, no? E dove te ne andavi, lontano dalla tua nazione e dal tuo tempo? – chiese Bettini.

- Ci risolverai il problema delle lettere – intervenne Omero.

- Quale problema? – chiese Alphonse, che in quella folla riconobbe subito Marina. La salutò con un cenno della testa, ma lei non parve riconoscerlo. Le chiese: - Non ti ricordi di me?

- Per niente. Chi sei?

- È quello che ti dettato la lettera – disse Charles, che osservava il suo avversario in modo truce.

- Ah, è lui. Beh, non mi ricordo nulla.

Omero capì che era il momento di fare chiarezza. Il fratello andò in cucina a farsi spiegare la situazione dalla moglie, mentre Omero prese le due lettere e le diede ad Alphonse, chiedendogli: - Quale hai dettato a Marina?

- Questa – disse, poi aggiunse: - Sono le parole che Giovanna mi ha detto di trasmettere.

- Bugiardo! – esclamò Charles, lanciandoglisi contro, e un suo pugno avrebbe colpito Alphonse se Leo e Bruno non lo avessero fermato.

- Bugiardo, imbroglione – continuava Charles, cercando di divincolarsi, ma Leo e Bruno insieme erano più forti di lui. – Figurarsi se Giovanna d’Arco, la prediletta del Signore, si sarebbe rivolta a te.

- Ti dico che è così – disse Alphonse, con aria tranquilla, fissando Charles, poi portò lo sguardo su Lara, poi su Marina, e alla fine su Omero: - Giovanna si fida di me, non di suo cugino Luc.

- Cosa? Non si fida di Luc? – chiese, fremendo di rabbia, Charles.

- Chi è Luc? – chiese Lara, che ci stava capendo poco di quell’alterco.

- Il cugino di Giovanna, diamine – spiegò con disinvoltura Bruno, come se lui in quel guazzabuglio avesse capito qualcosa.

- Luc – disse Charles – è l’autore della lettera vera, quella che io ho recapitato, e l’ha scritta per conto di Giovanna, che è analfabeta.

- Luc – si sovrappose Alphonse – è un ragazzino imberbe che perde il suo tempo sui libri di magia, ecco chi è. Sì, è suo cugino, e che vuol dire? Di me si fida, invece, perché sono un tipo concreto.

- Ma tu sei dalla parte degli inglesi, e Giovanna lo sa – protestò Charles, che si era seduto, guardato a vista da Leo e Bruno.

- Giovanna d’Arco – disse Ricciardi – voleva che la Francia tornasse tutta ai francesi.

Alphonse balzò in piedi e stava per ribattere, ma Bruno fece peso sul suo braccio e lo fece sedere.

Omero intervenne: - La situazione mi pare chiara. Alphonse vuole mettere i bastoni tra le ruote di Charles.

- È il contrario. È lui che vuole ostacolarmi.

- Zitto, è così come ho detto! Hai cercato di imbrogliare le acque. Quello che non è chiaro, invece, è perché Giovanna voglia l’intervento di Lara.

- È triste sapere che, qualunque aiuto io le possa dare, non servirà a salvarla dal rogo - sussurrò Lara in un orecchio di Floriana, prendendole la mano. Si erano sedute sul tappeto, testa contro testa, e nessuno poteva sentirle; Floriana aveva gli occhi bagnati di lacrime mentre bisbigliava: - Ha chiesto anche il mio aiuto, e non possiamo fare niente, non posso fare niente.

- Qualcosa faremo – la consolò Lara. Cosa, non lo sapeva neanche lei.

Luc non era tranquillo. Non era per niente tranquillo. Charles non era tornato indietro, e neanche Alphonse. Nel frattempo Giovanna stava per essere ricevuta dal Delfino, che avrebbe dovuto affidarle delle truppe. Ed era proprio in quel frangente che occorreva l’aiuto di Lara, la ragazzina del futuro che aveva la prerogativa di bucare lo spazio e il tempo. Aveva letto di lei in una leggenda di un popolo di cui solo lui sapeva l’esistenza, gli aztechi, che sarebbero stati scoperti da lì a una sessantina d’anni, su una iscrizione arrivatagli per vie misteriose e oscure; e aveva decifrato il suo nome anche su una stele egiziana, quando da bambino era andato nelle lontane terre del Nilo per il lavoro di suo padre, commerciante. I suoi genitori pensavano che lui copiasse i geroglifici (Hai visto che bei disegnini! gli dicevano) ma lui l’egizio lo leggeva: e passava le dita sui disegnini come a volerne carpire il mistero, li accarezzava per farli suoi, li fissava fino a penetrarne l’essenza;  e trovare quel nome moderno su un testo antico gli fece intuire che un giorno o l’altro ci sarebbe stato l’incontro.

Se Lara non fosse intervenuta, se Giovanna avesse fallito la sua missione divina, la Francia sarebbe stata per sempre inglese, e sua cugina sarebbe finita in carcere e poi sul rogo.

Nella sua casa piccola e buia Luc si macerava, camminava avanti e dietro senza tregua, maledicendo Alphonse che stava di sicuro ostacolando Charles. Si dava dello stupido per non avere previsto quella intrusione, che poteva mandare a monte i suoi piani. La lettera che aveva scritto doveva far capire a Lara che Giovanna aveva un compito, abbastanza ben spiegato nella missiva; e da ciò la ragazza del futuro doveva intuire i successivi messaggi della Pulzella. Ma ora si era intromesso Alphonse, e le cose si complicavano.

All’improvviso si fermò: l’idea che stava prendendo corpo rasentava la follia, ma gli sembrava l’unica soluzione possibile. Gli faceva male il collo, tanto era teso, e cominciava a sentire freddo. Era marzo, e aveva freddo. L’aria, fuori, era già tiepida, e la stanza era riscaldata, eppure lui aveva freddo. Sentiva i brividi, e capì che era per l’emozione: l’idea, pure se folle, lo avvinceva. Sì, si poteva fare.

Prese da uno scaffale scalcagnato i suoi libri e si mise a compulsarli[2] tremando come una foglia, le sue mani stentavano ma i suoi occhi andavano come il vento fino nelle fibre delle pergamene, attraverso le pagine, attraverso i capitoli, attraverso le righe e le miniature, attraverso le parole e i significati arcani e reconditi[3] delle lettere.

Alla fine, spossato, trovò quello che cercava, e capì che l’idea folle, l’idea impossibile, l’idea assurda poteva essere realizzata.


[1] Il calcio fiorentino si praticava già all'inizio del XV secolo sulle piazze di Firenze tra squadre di 25 giocatori. Vedi le note storiche alla fine del romanzo.

[2] Compulsare: leggere a scopo di studio.

[3] Arcani e reconditi: misteriosi.

postato da: italiamedievale alle ore 19:56 | link | commenti
categorie: capitolo undicesimo