Chi sono

Blogger: claudoelliott

Pubblicato a puntate a cura dell'Associazione Culturale Italia Medievale.

Claudio Elliott, nato a Griffith (Australia), ha vissuto a Firenze e Napoli; attualmente insegna lettere a Potenza (Basilicata). Autore di libri per l'infanzia per gli editori Le Monnier, Medusa, Rubino. Il romanzo Giovanna d'Arco: i lupi e il vento è ancora inedito e fa parte del ciclo di Lara Bettini (una ragazzina che entra in contatto con altre realtà - o queste entrano in contatto con lei). Gli altri libri della serie sono: Game over (mondo dei videogiochi), Le due vite di Aya (mondo azteco), Quattro parole dal passato (medioevo italiano, inquisizione), Il tesoro dei briganti (Italia post-unitaria), L'ultimo canto del faraone (mondo egizio). Tutta la serie di Lara Bettini è quindi in bilico costante - e pericoloso- tra presente e passato, con incursioni dei protagonisti in altri mondi. Altri libri di Claudio Elliott: Birillo alla scoperta del mondo, La poliziotta bionda e con gli occhiali, Mistero a New York (con lo pseudonimo di Alexander Moore).

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domenica, 20 novembre 2005

Capitolo terzo

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431) di Dante Gabriel Rossetti (1863).


Due lettere dal passato

Luc ascoltava la cugina. Lei filava e parlava, parlava e filava, intessendo fili e leggende, sorrisi e pianti.

Era piccola e ingenua, Giovanna, nel fluire delle sue parole: - Così vedo le cose io, mio buon cugino. Li ascolto i grandi, le vedo le cose.

- Sì, però …

- Ah, non protestare. Ricordo quello che mi hai sempre raccontato.

Giovanna sapeva bene che di profetesse era piena la Francia. Luc gliene aveva parlato, seduti sul gradino di casa, ne aveva detto anche i nomi, e aveva aggiunto che a queste nessuno aveva creduto. Anzi, qualcuna era stata bruciata come strega. Una, però, aveva detto una cosa precisa (e lei ora ricordò l’espressione di Luc mentre lo raccontava, rammentava perfettamente le sue parole): - Una tale Maria d’Avignone rivelò un suo sogno, una quarantina d’anni fa. L’ho letto negli atti di un processo. Disse: Molte armi mi sono apparse; per un attimo ho avuto paura di essere io a doverle portare. Mi fu detto però di non temere: erano destinate non già a me, bensì a una fanciulla vergine che sarebbe venuta dopo di me e che avrebbe liberato il regno.

Giovanna era stata colpita da quelle parole, e ci pensava da giorni. E lo disse al cugino, mentre tesseva, e aggiunse: - Il nostro Delfino è come Cristo che viene sottoposto a un calvario infinito, ma l’arcangelo Michele lo salverà.

- E sarai tu che lo aiuterai?

- Io o un’altra, non lo so. Ho sentito quelle parole, nel cortile di casa, ieri, non le ho sognate. E me le ha dette lo stesso arcangelo che salvò Carlo VII a La Rochelle. Ricordi? Tu me l’hai raccontato.

- Beh, se ne sono dette tante. Il pavimento della sala da ballo crollò, e l’arcangelo Michele salvò il Delfino.

- È così. E salvò anche la sua isola dall’assedio degli inglesi[1]. Dio ha a cuore le sorti della Francia, caro cugino.

- Lo so. Non per niente il nostro amato Delfino ha per motto “San Michele è il mio solo difensore”.

- Bene, e a me ha parlato proprio lui.

- E dov’era, esattamente?

- Te l’ho detto, nel mio cortile. Ed era, ecco, spostato a destra rispetto a me, verso la chiesa.

Luc rifletté su quel particolare: - Mm. È un segno propizio, devo dire.

- Ora, Luc, non so cosa fare. A chi devo riferire queste parole?

- Per ora, non parlarne con anima viva, e io stesso starò zitto. Abbiamo già altri segreti tra di noi, no?

- Certo, e non li rivelo a nessuno. Giuro – e si fece il segno della croce.

- Benissimo. Se la volontà di Dio è così decisa, avrai altre visioni, più chiare, che ti diranno cosa fare. Decideremo insieme come agire.

Giovanna fermò le mani sulla stoffa che stava tessendo. Le parve un consiglio assennato, e in cuore suo fu contenta di aver parlato con Luc. Gli scoccò un bacio sulla guancia.

Leo entrò in casa, seguito dallo scodinzolante Zip, sventolando una busta. Aveva appena fatto la spesa, ed era allegro, come sempre.

- Lara, una lettera – disse, e gliela lanciò ridendo. – Un ammiratore segreto? Un ragazzo che ha bisogno di occhiali?

La busta volteggiò in aria e finì sul pavimento. Lara la prese prima che i denti affilati del cagnolino la ghermissero. Era di carta pesante, e senza indirizzo. C’era scritto solo: Lara. Quindi era stata portata a mano. La aprì. La lesse.

- Che roba è? Latino? – chiese ad alta voce. Leo la prese e lesse anche lui.

- Sembra un documento antico. Stai facendo qualche ricerca per la scuola?

- No.

- Eppure questa è la riproduzione di un testo. Almeno sembra.

- Il latino io non lo capisco.

- Io solo qualche parola. Il professore non fa che romperci con le declinazioni. Mamma! Hai fatto il classico, no? Dacci una mano.

Gloria lesse la lettera, poi disse: - Mah, è un brutto latino. E non so cosa vuole da te questa persona. Ci sono svariati errori. È uno scherzo, senz’altro.

- Che dice? – chiese Lara.

La madre si mise in favore di luce e lesse lentamente: - Aspetta. C’è qualche confusione di lettere, fammi capire, sì, credo di avere … ecco: Vos, homines Anglie, qui nullam jus habetis in hoc regno Francie, Rex celorem vobis precepit et mandat per me, Johannam la Pucelle, quatenus dimittatis vestra fortalia et recedatis in partibus vestris, vel ego faciam vobis tale hahu de quorum erit perpetua memoria.

- Cioè?

- Non ci capisco molto. Ci vorrebbe Ricciardi, il mio latino è un po’ arrugginito. Sembrerebbe una lettera non destinata a te …

- Ma sulla busta c’è il mio nome.

- Ed è strano. Sembra scritta per … non è possibile; ma sì, ha ragione Leo, qualcuno ti sta facendo uno scherzo.

- Sembra scritta per chi? – chiese Lara, ansiosa.

Gloria sembrava stranamente imbarazzata: – Sai, è un documento antico, una copia, una riproduzione, che so; qualche parola non è chiara. Non capisco come sia finita qui. Eppure, sì, c’è scritto Lara sulla busta.

- Allora?

- Sembrerebbe che sia per gli uomini d’Inghilterra, se interpreto giusto. Gli inglesi. E che c’entriamo noi? – disse Gloria. Rileggeva la lettera, e il suo viso si oscurava. E più si immergeva tra quelle parole di un latino approssimativo, più capiva che (se non era uno scherzo)  le prossime giornate sarebbero state davvero movimentate.

- Non c’è il mittente? – chiese Lara, rigirandosi la busta tra le dita.

- C’è nel testo, se ho capito bene – disse Gloria – e questo è il guaio.

Lara stava per chiedere chi fosse e perché fosse un guaio, quando il telefono squillò. Rispose Leo; la conversazione durò poco. Posò la cornetta e disse: - È zio Omero. Ha avuto anche lui una lettera. In latino. Ha chiamato il prof Ricciardi e stanno venendo qui. Non mi ha dato il tempo di dirgli che anche noi ne abbiamo ricevuta una.

- Uno scherzo a me e a zio? – chiese Lara.

- Speriamo che sia solo uno scherzo – disse Gloria – Aspettiamo che vengano, così cerchiamo di capirci qualcosa.

Omero si era alzato stanco. Aveva dato il latte al gatto, prima che il suo amico tutto pelo si esibisse nei suoi consueti canti felini di straziante richiesta di cibo. Quando lo faceva, sembrava richiamare tutti gli dei del suo personale olimpo, accompagnando il canto con una mimica corporale fatta di alzate di coda, strusci alle gambe, occhiate imploranti e, per finire, morsi convinti ai talloni.

Dopo, Omero pensò all’invenzione che la farmacista gli aveva richiesto: una televisione cubica. Ora, di tutte le follie che quella si inventava per vederlo e frequentarlo (ormai ne era sicuro, era quella l’unica ragione) questa della televisione cubica era la più bizzarra.

- Cubica come forma? – aveva chiesto lui, nella speranza che la risposta fosse un sì, perché ce n’erano in vendita a dozzine, di modelli simili. Non poteva essere così semplice.

Infatti.

Lei aveva detto, nascondendosi dietro un sorriso ammaliante: - Cubico nel senso che l’immagine va vista da quattro lati. Se su un lato l’attore è visto di faccia, sui laterali dev’essere visto di profilo.

- … e su quello posteriore, di nuca? – aveva concluso sconsolato Omero.

- Certo, mio caro.

- Praticamente quadridimensionale.

- Tridimensionale, per la precisione – aveva detto lei, avvolgendolo nel sorriso affascinante – La quarta dimensione non l’hanno ancora scoperta. A meno che non ci sia riuscito tu.

- Quindi una televisione con vista tridimensionale – aveva detto Omero, cercando di non far capire la sua disperazione. – Bah, che ci vuole? Un paio di settimane di studio, ed è tua.

Era passata una settimana, gli studi erano proceduti, i libri erano stati esplorati, i siti Internet erano stati navigati, un facsimile era stato progettato: ma l’immagine si vedeva solo e sempre bidimensionale. Le precedenti invenzioni che la bella farmacista aveva preteso (e anche pagato bene) erano tutte riuscite, ma questa volta il fiasco sarebbe stato clamoroso.

- Ma con tanti mezzi per corteggiarmi, non poteva sceglierne uno più semplice? – chiese al gatto, che non aveva la risposta pronta e proseguì nel lavaggio delle zampe. Omero proseguì: - E io non potrei dirle in modo chiaro che sono innamorato di lei, e così finisce questa commedia delle invenzioni impossibili? A quel punto non dovrebbe più cercare delle scuse per venirmi a trovare, tutto filerebbe liscio, no?

Il gatto smise all’improvviso di leccarsi, balzò su sollevandosi sulle zampe, si mise di traverso con la coda ingrossata, come se dovesse affrontare un nemico che era al di là della porta. Gli occhi erano spalancati, le orecchie erano abbassate e facevano tutt’uno con la testa. Poi si mise a soffiare verso la porta.

Omero non aveva visto mai il micio così spaventato, e quindi anche lui si allarmò. Non potevano essere i suoi nipoti o altre persone che frequentavano la casa: la reazione del gatto non sarebbe stata di quel tipo, anzi: non ci sarebbe stata alcuna reazione.

Omero si diresse in punta di piedi, guardingo, verso la porta di casa e la spalancò. Fece in tempo a vedere un cavallo con tanto di cavaliere sopra che andava al galoppo.

Omero si bloccò. A cavallo? Di questi tempi? Ma ho visto bene? Sì, è un cavallo, e anche bello grosso. Che ci fa da queste parti?

Omero uscì nel cortile per seguire l’inconsueta cavalcata finquando non scomparve alla fine della strada, verso il bosco. Ebbe l’impressione che il cavaliere avesse abiti medievali, di quelli rappresentati nei quadri e nei film storici.

Fu allora che vide la busta, all’interno della cassetta delle lettere. Era di carta pesante. La prese. L’aprì. Lesse il contenuto. Era in latino, lingua che lui non frequentava dai lontani anni del liceo. E all’epoca non erano buoni amici.

Rientrò in casa. Il gatto si era calmato e stava placidamente sul divano, tra un trattato di quantistica e un testo di elettronica.

Omero comandò al telefono fragola di chiamare Ricciardi sul cellulare.

- Te lo ricordi il latino? – gli chiese.

- Certo. Ai ragazzi do delle nozioni elementari, ma lo so benissimo. A volte leggo Seneca[2] in originale, sapessi com’è moderno! Vuoi qualche lezione privata?

- No, per carità, l’ho sempre odiato. Il fatto è che mi è stata recapitata una lettera in latino.

- E chi ti scrive in una lingua morta? Un’ammiratrice colta?

- Vallo a capire. Ho una sola ammiratrice, e comunica in un buon italiano.

- Non c’è una firma, un mittente?

- Sulla busta c’è solo il mio nome, latinizzato, Homerus. All’interno c’è la lettera, su una carta che sembra antica, una specie di pergamena.

- Stuzzichi la mia curiosità.

- Oh, e se capisco bene, la firma viene prima del testo.

- Strano. Sono sempre più incuriosito.

- Figùrati io.

- E di chi è la firma, si può sapere?

- Non stai nei panni, eh? Dove sei, ora?

- Dalle parti della casa di Lara. Allora, cosa c’è scritto? La firma, dico.

- Mi sembri un bambino che non vede l’ora di aprire un regalo. Se ti dico che mi è stata portata da un tizio a cavallo …

- Non mi tenere sulla corda. Vediamoci da Lara. La cosa si fa intrigante. Ehi, hai detto un tizio a cavallo?

- Sì, perché?

- È appena passato a pochi metri da me. Su un baio enorme. Corre come il vento.

- Abbigliamento medievale?

- Sì.

- È lui.

- Vediamoci da tua nipote.

- Non vuoi sapere della firma?

- Certo, della firma e del resto. Telefona a Lara, subito; vediamoci da lei.

Omero stava per obbedire, stava già per dettare al suo telefono automatico il numero della nipote, quando gli occhi gli caddero sulla televisione che stava inventando per la farmacista: ricordava bene di averlo spento, ma ora vedeva sullo schermo il viso di un uomo, e quest’uomo lo fissava. Era un volto banale, quasi volgare, pallido, glabro[3] come un ragazzo, con la pelle cascante, un naso grosso e gli occhi acquosi e vacui, con un’espressione che voleva essere severa.

Omero accese e spense di nuovo la televisione, staccò la spina, ma l’immagine inquietante persisteva sullo schermo.

- Scherzi dell’elettronica – pensò Omero, che non aveva il tempo di approfondire quel mistero; e solo mentre comandava al telefono il numero di Lara si rese conto di ciò che aveva detto Ricciardi: un cavallo baio.

Il baio è rossiccio, mentre quello che aveva visto lui era bianco.

Sbiancò.


[1] Giovanna si riferisce a Mont-Saint-Michel, isolotto roccioso granitico situato nel golfo di Saint-Malo, lungo la costa della Francia nordoccidentale, affacciato sul canale della Manica. Vedi Leggendo tra le righe.

[2] Lucio Anneo Seneca, (Cordova 4 ca. a.C. - Roma 65 d.C.), scrittore latino, autore soprattutto di opere filosofiche e scientifiche, e di tragedie. Viene ricordato anche come maestro e consigliere dell’imperatore Nerone.

[3] Glabro: senza peli.

postato da: italiamedievale alle ore 21:46 | link | commenti
categorie: capitolo terzo