Romanzo inedito per ragazzi di Claudio Elliott.

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431) Tavola di Adolfo Cagnacci
Bruno arrivò al luogo che gli era stato segnalato da una coppia che era andata a fare una passeggiata nel bosco e che poi era scappata alla vista di due persone che si battevano con delle spade, gridandosi cose incomprensibili; quando giunse Bruno, i duellanti sembravano sfiniti, perché erano curvi, ansimanti, appoggiati alle spade, e si guardavano in cagnesco. Sudavano abbondantemente.
Bruno notò subito l’abbigliamento da giostra medievale, che aveva spesso visto quando andava in vacanza. Molti paesi italiani d’estate facevano rivivere le antiche usanze e creavano squadre di cavalieri che si contendevano il premio dopo tenzoni e duelli. Ed erano tutti vestiti con cotte [1] e calzoni aderenti e scarpe di pezza.
Ma lì non c’era una festa paesana.
- Chi siete? chiese, scendendo dalla macchina. I due fissarono la persona che si avvicinava.
- Chi sei tu, piuttosto? chiese uno dei due, drizzandosi con evidente fatica.
- Ehi, qui le domande le faccio io. Allora?
- Amici disse l’altro dei due. L’altro annuì.
- Strano modo di essere amici. Sapete che i duelli sono proibiti dalla legge?
- Lo facciamo per tenerci allenati disse uno. Bruno si era avvicinato, ma si teneva comunque a rispettosa distanza.
- Chi siete, allora, e da dove venite?
I due si guardarono, poi uno rispose: - Il mio nome è Charles.
- Francese?
- Come il mio amico, Alphonse.
- E siete venuti qui ad allenarvi?
- Un posto vale l’altro.
- Un po’ lontano da casa, no?
Il cavaliere che rispondeva al nome di Alphonse parlò, e lo fece con lo sguardo dritto negli occhi di Bruno: - Io non so chi sei, buffo omiciattolo, ma non devi intrometterti nelle questioni private. Se no ti ritrovi con una lama nel ventre.
Nel dire queste parole, drizzò la spada all’altezza della cintura di Bruno, che arretrò di qualche passo. Sentirsi dare del buffo omiciattolo lo aveva offeso profondamente, ma ciò che lo offendeva ancora di più era lo spadone. Stava per replicare, quando Alphonse continuò: - Siamo venuti qui per consegnare dei messaggi.
- Ah, siete dei postini?
- Non so cosa siano i postini, come dici tu. Noi siamo venuti dalla Francia per una missione …
- Allora siete dei missionari.
- Parli in modo strano. Noi siamo dei leali combattenti: lui vuole che la Francia torni al trono francese, io voglio che rimanga agli inglesi. Tutto qui.
Charles, che dei due sembrava il più stanco, guardava Alphonse ma non interveniva. Bruno aveva ascoltato senza capire: la Francia ai francesi o agli inglesi? Forse gli era sfuggita qualche notizia del telegiornale. A lui risultava, fino a pochi istanti prima, che la Francia avesse un presidente della repubblica e l’Inghilterra una regina. Che di notte fosse successo qualcosa di clamoroso? I due (la regina e il presidente) si erano sposati? Decise di indagare appena tornato a casa. Ora doveva affrontare i due tipi.
- E perché combattete con le spade? E perché bardati in quel modo?
Charles voleva rispondere, ma Alphonse fu più lesto: - Credi di essere bardato meglio tu, con quei calzoni e quei calzari striminziti? Chi sei, poi?
- Io sono il capo della polizia locale. E voi avete infranto la legge.
- Nel nostro tempo il duello è consentito.
- Nel nostro no rispose Bruno, e solo allora si accorse di quello che aveva sentito: - Cosa? Nel vostro tempo?
- Veniamo da molto lontano nel tempo e nello spazio disse Charles.
- Ah, capisco. E come ci sareste arrivati qui? In un’astronave?
- Non so cosa sia questa cosa che hai detto.
- Sei proprio ignorante, allora.
- So più cose io che tutta la tua scienza messa insieme, signor capo della polizia.
- E sei anche presuntuoso. Credo che vi arresterò e vi porterò alla stazione di polizia.
- Dovrai affrontare le nostre spade lo minacciò Alphonse, puntandogli la pancia.
- E voi dovrete affrontare questa disse Bruno, che spianò la pistola. Non la usava mai, a volte dimenticava addirittura di averla, ma ora quei due ribaldi gli stavano facendo perdere la pazienza.
- Cos’è? chiese Alphonse.
- Una pistola, spiritoso, e se non mi seguite vi faccio provare la sua efficacia.
- Un’arma piuttosto piccola disse Alphonse, che era rimasto alquanto colpito dalla piccolezza dell’arma.
- Come si chiama? chiese Charles.
- Io mi chiamo Bruno.
- La pistola, come si chiama, non tu.
- La pistola? Mi hai chiesto come si chiama la pistola?
- Ti sembra tanto strano? Hai fatto una faccia!
- Strano? Da noi i bambini danno i nomi alle cose, forse. Non me lo ricordo neanche.
- Ecco. Allora siete strani voi, non noi. Diamo un nome a tutto, e con tanto di cerimonia religiosa: alle pecore, alle bombarde, alle spade, alle campane, ai diamanti della regina, alle navi, anche alle case. La mia spada è stata battezzata col nome di Gloriosa.
- E la mia disse Alphonse, brandendo l’arma Impavida.
La cosa divertiva Bruno, che ebbe un’illuminazione: a scuola un insegnante gli aveva detto che un eroe medievale aveva una spada che si chiamava Durlindana, o qualcosa di simile.
- Quella piccola pistola che hai in pugno, ecco disse Charles la chiamerei Pipino il Breve.
Alphonse ridacchiò, poi aggiunse: - Da noi sono più grandi.
- Da voi? Allora insistete!
- Anno di Grazia 1425, Domrémy, in Lorena. Da lì veniamo, signore disse Charles.
- Nonostante Pipino il Breve, ci torneremo disse Alphonse.
Charles guardò il suo avversario: come poteva affermare una cosa così? Non sapeva neanche come ci era arrivato, nel futuro; e ora pretendeva di voler tornare nel passato, e lo dichiarava con sicurezza. Era senz’altro un’uscita da sbruffone. Lui stesso non sapeva come sarebbero tornati nella Francia del 1425; anzi, non sapeva se sarebbero tornati. Portò lo sguardo sul capo della polizia. Questi puntò la pistola ai piedi di Alphonse e sparò. Per un pelo non gli colpì l’alluce. Alphonse fece un balzo all’indietro, gridando.
- Ti sembra ridicola? chiese Bruno, che era rimasto lui stesso impressionato dalla potenza del tiro. Pipino il Breve ti ha fatto paura? Gettate le spade e seguitemi. La prossima volta non sbaglierò la mira. Andiamo.
- Gettarle? chiese Charles, che era ben intenzionato a seguire il poliziotto, ma non voleva disfarsi così della sua preziosa Gloriosa. Potremmo nasconderle, no?
- Buona idea bisbigliò Alphonse, a cui la voce non riusciva a uscire con maggiore forza.
- Va bene, nascondetele. Muovetevi uno alla volta. Prendete dei punti di riferimento, se volete ritrovarle un giorno che sarete usciti di prigione.
- Ma stavamo giocando! piagnucolò a voce bassa Alphonse, che si guardava attorno alla ricerca di un posto sicuro e riconoscibile.
- Quell’albero mi sembra il più alto di tutti disse Charles.
- Va bene senz’altro disse Bruno. Vi do un badile, e uno alla volta nasconderete le spade.
- Però disse Charles potremmo anche portarcele con noi.
- Non voglio armi improprie disse Bruno, che poi dovette spiegare cosa fossero. Quei due sembravano davvero non capire quello che diceva, come se non leggessero i giornali o non seguissero la televisione.
Quando Impavida e Gloriosa furono ben occultate sotto il maestoso albero (e la cosa fu una sorta di funerale, coi due che deponevano con cura religiosa i due spadoni borbottando preghiere), Bruno li portò alla sua macchina dicendo: - Ora farò delle indagini sul vostro conto. Mi direte i vostri veri nomi, da dove venite, che diavolo ci fate qui, e se il computer mi darà notizie rassicuranti su di voi vi farò una semplice multa, e tutto sarà dimenticato. In fondo mi sembrate dei bravi ragazzi.
- Cos’è il computer?
- Bravi, ma ignoranti commentò Bruno, mettendo in moto. I due si guardavano in giro incuriositi, e a Bruno sembrava di portare a spasso dei bambini un po’ tocchi che non avessero mai visto una macchina, una città, delle case belle ordinate. E stette al loro gioco, spiegando di volta in volta quello che vedevano.
Alla tirata rabbiosa del prof. Ricciardi, Marina non rispose, ma andò a sedersi sul divano. Lara le chiese: - Ma chi è questa Giovanna di cui hai parlato?
Marina non rispose. Sembrava offesa. Leo non la riconosceva (lei sempre gentile e remissiva), e anche gli altri erano stupiti dal suo comportamento.
- Hai detto che questa è la lettera di Giovanna insistette Lara. Marina non rispose. Allora intervenne Leo: - Come mai sei tutta sporca?
- Sono fatti miei. Che t’impicci?
- Le sarà successo qualcosa disse Omero, prima che Leo reagisse, e poi le si avvicinò e le chiese:- Dici che tu hai scritto questa lettera, che però è di Giovanna. Non è una contraddizione?
Ricciardi stava per intervenire, ma desistette a un imperioso cenno di Omero. Marina questa volta rispose: - Ve l’ho già detto. Giovanna non sa scrivere.
- Bene disse Omero e chi è questa Giovanna?
- Giovanna d’Arco, così si chiama.
Un borbottio di sorpresa accolse queste parole, ma Omero fece capire a tutti di non manifestare reazioni esagerate.
- Dunque, Giovanna d’Arco.
- Sì. Ho scritto la lettera per lei disse Marina, mostrando le dita sporche di inchiostro.
- L’ha scritta davvero lei bisbigliò Lara alla madre, che seguiva preoccupata.
- E ti ricordi quello che hai scritto?
- Certo. Ve la dico in latino o in italiano?
- Come preferisci.
- Meglio in italiano, magari non conoscete bene il latino e nel dire questo fissò con sguardo impertinente il professore.
- Ma come ti permetti? stava per dire lui, ma Lara lo prevenne, gli prese la mano e gliela strinse, così lui tenne dentro di sé la protesta. Quando sentì che si era calmato, prese la lettera indirizzata a Omero e disse a Marina: - Allora? Vediamo se hai buona memoria.
Ricciardi fissava la lettera, e voleva seguire insieme a Lara le parole di Marina e confrontarle con quelle vergate sulla pergamena. Era arrabbiato, ma anche incuriosito: d’altronde anche quella missiva era scritta come l’altra, con un latino medievale infarcito di francesismi, impossibile da inventare, specie da una ragazzina del tutto digiuna di latino, di storia, di tutto.
Marina si alzò in piedi e disse, come recitando, con lo sguardo perso nel vuoto: - Gesù, Maria, io Giovanna la Pulzella vi ho mandato le mie lettere, che sembrano le più oneste. Ma in verità vi dico che ho mentito. A me non hanno parlato i Santi, a me non è stata affidata alcuna missione. Uomini d’Inghilterra, non abbandonate la Francia, perché questa è la vostra patria.
Lara e Ricciardi impallidirono, e gli altri quasi strapparono loro di mano la pergamena.
- Dio! esclamò il professore Ma come è possibile?
- Che vi ho detto? Mi credete ora?
- Ha tradotto letteralmente quello che c’è scritto disse quasi gridando Ricciardi, rivolgendosi ora a Lara, ora a Leo, ora a Floriana ma la cosa è … è … senza senso, ecco. Marina, che non sa, volevo dire non sapeva una parola di latino, ha scritto questa cosa qui!
- Come è possibile? chiese Gloria, che non ci stava capendo molto, ma che aveva intuito che la tranquillità familiare stava per finire.
- Ora disse Ricciardi, e lo disse a Marina ora ti leggo un’altra lettera arrivata oggi, per vie misteriose come questa. Non sappiamo chi l’abbia scritta.
- Io no disse lei.
- Ti credo. Il tono è diverso, e anche la grafia, e dice cose totalmente diverse, e se la storia racconta la verità questa è autentica.
- Anche la sua è autentica disse Omero perché l’ha scritta lei, e ce lo ha dimostrato.
- Sicuro disse Marina, che nel frattempo si era riseduta sul divano. Leo si accorse che ogni tanto si toccava il petto e le gambe, con piccole smorfie di dolore, come se avvertisse degli indolenzimenti. Aggiunse: - Posso anche dirvela in latino. Ego misissem vobis meas litteras …
Lara non credeva alle sue orecchie: era Marina, quella? Era Marina quella che parlava latino medievale, Marina che era innamorata di Leo e che studiava a tempo perso?
Tutti gli altri osservavano la piccola ragazza bionda, e non potevano nascondere la propria meraviglia.
- Storicamente, è un falso disse, nonostante tutto, Ricciardi anche se sono d’accordo con te, Omero: lei l’ha scritta, ce l’ha recitata pure in latino medievale. Ma ascoltate la prima lettera, quella che è arrivata a Lara. Manca ancora qualche parola, ma ormai il senso è chiaro. Ascolta anche tu, Marina, e dimmi se combacia con quello che tu hai scritto. E se coincide con ciò che la storia ci dice di Giovanna d’Arco.
[1] La cotta era un’armatura completa composta di anelli metallici concatenati fra loro.