Chi sono

Blogger: claudoelliott

Pubblicato a puntate a cura dell'Associazione Culturale Italia Medievale.

Claudio Elliott, nato a Griffith (Australia), ha vissuto a Firenze e Napoli; attualmente insegna lettere a Potenza (Basilicata). Autore di libri per l'infanzia per gli editori Le Monnier, Medusa, Rubino. Il romanzo Giovanna d'Arco: i lupi e il vento è ancora inedito e fa parte del ciclo di Lara Bettini (una ragazzina che entra in contatto con altre realtà - o queste entrano in contatto con lei). Gli altri libri della serie sono: Game over (mondo dei videogiochi), Le due vite di Aya (mondo azteco), Quattro parole dal passato (medioevo italiano, inquisizione), Il tesoro dei briganti (Italia post-unitaria), L'ultimo canto del faraone (mondo egizio). Tutta la serie di Lara Bettini è quindi in bilico costante - e pericoloso- tra presente e passato, con incursioni dei protagonisti in altri mondi. Altri libri di Claudio Elliott: Birillo alla scoperta del mondo, La poliziotta bionda e con gli occhiali, Mistero a New York (con lo pseudonimo di Alexander Moore).

Consigli per la lettura: i capitoli vengono inseriti settimanalmente, quindi in home page troverete sempre il capitolo più recente. Per iniziare la lettura da qualsiasi capitolo basta cliccare nella banda di sinistra sul capitolo desiderato nelle Categorie.

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lunedì, 12 dicembre 2005

capitolo sesto

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431) Foto di Alessandro Pautasso


I due nemici

La casa color mirtillo lo colpì come un pugno nell’occhio. Era l’edificio più strano che avesse mai visto: le colorazioni più svariate si alternavano sulla parete esterna della casa, e uno sguardo all’interno gli fece intravedere oggetti a lui sconosciuti e comunque tutti molto vivaci.

Le persone che abitavano lì non erano di sicuro banali. Anzi.

Si avvicinò cautamente alla siepe che circondava la casa, poi vide una cassetta rossa con una scritta gialla: Omero Bettini. Era quello di cui aveva parlato Marina.

Decise in un attimo. Tirò fuori la busta, la penna di piuma d’oca e l’inchiostro; fece scrivere a Marina Homerus, ci soffiò sopra per fare asciugare la scritta, la infilò nella cassetta. Risalì sulla groppa di Biancofiore, dopo aver indirizzato la biondina ancora intontita verso la casa mirtillo.

- Non devo andare da Omero, ma da Lara – protestò la ragazzina, protendendo la mano.

- Ah, dall’altra parte. Beh, va’ pure.

- Non mi accompagni, bel cavaliere?

- Sei giovane e agile come una gazzella. Va’!

Alphonse si allontanò, dopo aver buttato nella siepe la penna e il piccolo calamaio, verso il bosco che gli avrebbe offerto un rifugio momentaneo.

L’opera di sviamento era iniziata.

Giovanna aveva avuto altre visioni, più chiare, più coinvolgenti, e non era solo l’Arcangelo Michele che si palesava a lei; a volte le era comparsa santa Caterina, patrona delle filatrici, e poi santa Margherita, patrona dei linaioli. E queste le avevano ricordato l’alta missione che l’attendeva: aiutare il Delfino a salvare la Francia. In questi colloqui intensi, con i Santi circonfusi di luce, lei balbettava a ogni risposta:

- Non so cavalcare.

- Il Signore ti farà cavalcare.

E lei balbettava: - Non ho mai portato armi.

- Ti sarà fatta un’armatura leggera e comanderai schiere di uomini che combatteranno al tuo fianco per portare il Delfino a Reims.

E lei: - Non sono mai uscita dal mio villaggio se non per poche miglia.

- Il Signore ti chiama, e tu andrai.

- Sono solo una fanciulla, e ho paura di stare con tanti uomini.

- Sei una fanciulla e ti rispetteranno. Per ora non parlare con nessuno, conduci la tua solita vita.

Lei protestava incerta: - Mio padre vuole che mi sposi, mi presenta alcuni pretendenti, non so che fare.

- Tra poco dovrai partire, e tuo padre e tua madre e la Francia intera saranno orgogliosi di te. Devi adempiere le volontà di Dio.

- Ma perché io?

- Sei la prescelta del Signore per liberare Orléans.

- Ma come posso lasciare la mia famiglia? Per me è tutto.

- Chi non abbandona la casa paterna per seguire il Cristo non è degno del regno dei cieli. Così è scritto.

- Ma chi mi crederà?

A quest’ultima domanda i santi la rassicuravano con la promessa che avrebbero provveduto a infondere la giusta saggezza nelle persone necessarie allo scopo.

Giovanna si inchinava, la testa bassa, il cuore in tumulto.

Charles vide avvicinarsi un cavaliere, e dal portamento, dal tipo di cavalcatura, dal colore dei vestiti capì che si trattava di qualcuno che cercava di imitare quelli medievali, del suo tempo.

Poi notò, con sorpresa e una sorta di sgomento, che la fisionomia di chi si avvicinava era familiare, e per poco non svenne quando si accorse che era il suo compaesano Alphonse, quello che combatteva contro la Francia, quello che appoggiava il re d’Inghilterra, insieme a tutti i Borgognoni.

Alphonse, invece, riconobbe subito Charles; decise immedia-tamente di non fare dietro front, ma piuttosto di arrivare a un accordo con il suo avversario.

- Come diavolo ci sei arrivato qui? – chiese lo sbalordito Charles, la mano sull’elsa della spada, che era stata battezzata Gloriosa.

- Come te. Attraverso la cascata.

- Quindi ci hai spiati, me e Luc?

- Lo ammetto, caro cugino …

- Non siamo cugini.

- Volevo dire compaesano, ma è troppo lungo. E poi in paese siamo tutti più o meno parenti.

- Può darsi, ma la tua è una parentela che disconoscerei se fosse vera, la tua e quella di tutti quelli che appoggiate le mire del re inglese. Allontanati da qui, e cerca di trovare la maniera di tornare nel nostro tempo. Stammi lontano.

Alphonse non sembrava offeso dalle maniere di Charles, ma sorrideva in modo mellifluo[1], dicendo: - Caro cugino, non ci conviene essere nemici in un tempo e in un luogo che non sono nostri. Qui dobbiamo essere alleati.

A Charles parvero parole alquanto sagge, per cui si rilassò.

- Può darsi che tu abbia ragione; in realtà tutto è strano, puzzolente, come se fosse malato, l’aria è pesante, la gente vive in carrozze che si muovono da sole, una sorta di magia, non so. Ora scendi da cavallo, e fallo abbeverare a quella fontana, dove l’acqua è buona e dove anche il mio si sta riposando. Sappi che ti tengo d’occhio, e la mia mano non lascerà la spada.

Alphonse scese, avviò il cavallo verso il posto indicato da Charles, mentre questi stava parlando: - Allora, che ci fai qui? Io, e lo sai per avermi spiato, sono qui per una missione di pace, che porterà la Francia sotto un solo re, quello francese.

- E io sono qui per impedirtelo, per far sì che Giovanna d’Arco non abbia l’aiuto di questa fanciulla che si chiama Lara.

- Sai parlare chiaro.

- Come ho sempre fatto.

Charles rise, ma nel profondo del cuore era preoccupato: conosceva Alphonse, che era un poco di buono, un attaccabrighe.

- Ah, e come pensi di impedirmelo?

- Ci ho già pensato, ho già avviato la mia missione, caro cugino.

- Ma davvero? sappi che io ho consegnato a Lara la lettera di Giovanna – disse Charles.

- Anche io – disse Alphonse.

- Cosa? Cosa hai fatto?

- Ehi, non ti inalberare, posa la spada! Non l’ho consegnata a lei.

- E allora a chi? E poi quale lettera? Solo Luc ne ha scritta una.

- Credi?

- Tu non sai scrivere, Alphonse, lo so bene. Stai mentendo.

- Lo vedrai – disse Alphonse, che poi con una mossa repentina colse con la punta della spada un grumo di terra e lo gettò negli occhi del suo nemico. Charles rimase in parte accecato ma si lanciò verso Alphonse e cominciò a menare pugni, che diede inizio a una furibonda scazzottata. Alphonse prese dell’erba e la cacciò nella bocca e negli occhi di Charles, ma questi riuscì ad addentargli un dito. Alphonse, per liberarsi, affondò un dito negli occhi già accecati di Charles, che però gli assestò un calcio sulla pancia, mandandolo a ruzzolare lontano; poi si pulì gli occhi e afferrò la spada.

- Fatti sotto! – gridò. L’altro non si fece pregare, sguainò l’arma che gli pendeva sul fianco e si lanciò su Charles sibilando: - Vediamo se sei bravo con la spada come lo sei con la penna.

- Lo vedrai. Assaggerai il filo di questa lama benedetta, e sarai sepolto in una terra che non ti conosce.

- Io? Tu, piuttosto, miserabile!

Ormai erano vicini, le pesanti spade cominciarono a cozzare l’una contro l’altra, l’aria veniva affettata dai ferri rabbiosi.

I due cavalli, placidi, brucavano l’erba.


[1] Mellifluo: che denota una dolcezza insicura.

postato da: italiamedievale alle ore 14:34 | link | commenti
categorie: capitolo sesto