Chi sono

Blogger: claudoelliott

Pubblicato a puntate a cura dell'Associazione Culturale Italia Medievale.

Claudio Elliott, nato a Griffith (Australia), ha vissuto a Firenze e Napoli; attualmente insegna lettere a Potenza (Basilicata). Autore di libri per l'infanzia per gli editori Le Monnier, Medusa, Rubino. Il romanzo Giovanna d'Arco: i lupi e il vento è ancora inedito e fa parte del ciclo di Lara Bettini (una ragazzina che entra in contatto con altre realtà - o queste entrano in contatto con lei). Gli altri libri della serie sono: Game over (mondo dei videogiochi), Le due vite di Aya (mondo azteco), Quattro parole dal passato (medioevo italiano, inquisizione), Il tesoro dei briganti (Italia post-unitaria), L'ultimo canto del faraone (mondo egizio). Tutta la serie di Lara Bettini è quindi in bilico costante - e pericoloso- tra presente e passato, con incursioni dei protagonisti in altri mondi. Altri libri di Claudio Elliott: Birillo alla scoperta del mondo, La poliziotta bionda e con gli occhiali, Mistero a New York (con lo pseudonimo di Alexander Moore).

Consigli per la lettura: i capitoli vengono inseriti settimanalmente, quindi in home page troverete sempre il capitolo più recente. Per iniziare la lettura da qualsiasi capitolo basta cliccare nella banda di sinistra sul capitolo desiderato nelle Categorie.

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lunedì, 20 febbraio 2006

capitolo sedicesimo

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431).


I lupi e il vento

Tutti seguirono gli occhi e l’indice di Lara: mentre il disegno usciva dalla stampante, la figura sbiadiva dalla televisione. E quando l’immagine fu stampata del tutto, lo schermo apparve bianco. Luc spalancava gli occhi per la meraviglia: a lui un giochetto così non sarebbe mai riuscito.

- Il Delfino era qui come se aspettasse di essere visto e trasmesso a Giovanna – commentò Leo.

- Proprio così – disse Lara. Prese l’immagine con cautela, come se fosse una reliquia, chiedendo a tutti: - E ora?

Nessuno seppe rispondere. Omero fissava quella sua strana creatura televisiva ormai senza l’immagine del principe, Marina aveva preso la mano di Leo (che non aveva opposto resistenza), Floriana si era seduta sul tappeto, Bruno aveva avuto un sussulto di incredulità e fissava Ricciardi, come aspettando da lui qualche parola di spiegazione, ma il professore era come perso in chissà quali pensieri. Luc girava attorno alla scatola miracolosa, da dove era scomparso il Delfino, cercando di coglierne il mistero. Charles lo seguiva, silenzioso come lui, chiedendosi se non fosse tutto un incubo: forse lui era ancora a Domrémy, era nel suo letto, non era mai andato in quella grotta, non aveva mai ricevuto i soldi da Luc per pagarsi i debiti di gioco.

A Lara stava frullando qualcosa in testa. Lo disse a Leo, e provocò un risveglio di attenzione in tutto il gruppo: - Senti, c’è qualcosa in quello che loro ci hanno raccontato …

- Loro?

- Charles e Alphonse e anche Luc. Ecco, c’è qualcosa che …

- Che cosa? – chiese Luc. Leo si sovrappose a lui: - Dici che potrebbe aiutarti a trovare il modo di comunicare con Giovanna d’Arco? Zio, non hai un’idea?

- Ehi – rispose Omero, che aveva capito dove il nipote voleva andare a parare – non pensate al mio marchingegno. Non lo trovo più. Dopo che ci è servito per entrare nel castello di Lagopesole, lo abbiamo lasciato lì. Siamo scappati col malloppo e abbiamo abbandonato la macchina.[1]

- A che serviva? – chiese Luc, sempre curioso di cose misteriose. E lì ne stava vedendo a iosa.

- Mah, non so neanche come l’ho inventata. Con quella siamo entrati in un castello.

- E io in una soffitta che non riuscivamo ad aprire – disse Lara. – E ne sono anche uscita.

Omero aggiunse: - Creava l’antimateria, una cosa che non puoi capire.

Luc parve offeso da quell’affermazione: - Ah no? E come ci sono arrivato io qui, secondo te? Io l’ho creata con la mente, mentre tu hai dovuto inventare una macchina!

- Ha ragione – disse Floriana, che poi aggiunse, come ispirata: - La materia, il tempo, lo spazio non sono divisibili, sono formati da granelli, da punti, esiste uno spazio infinitesimale tra questi.

- No – disse Lara, scuotendo la testa – non è questo. Mi sento confusa. Quello che dice Floriana potrebbe essere il mezzo, ma manca un elemento, qualcosa che ci avete raccontato e che anche noi possiamo sfruttare.

Charles seguiva in silenzio, fissando ora Luc ora Lara, ben sapendo che da loro dipendeva la soluzione. Ripassò mentalmente la sua avventura: la casa di Luc, gli usurai, l’incontro con Giovanna, l’appuntamento alla Mosa, la cascata.

- La cascata? – chiese ad alta voce. Tutti gli occhi si appuntarono su di lui.

- Non abbiamo cascate, qui – disse Marina.

- Neanche noi le abbiamo – disse Charles – ma Luc ne ha fatta comparire una.

Luc precisò: - No, andiamo cauti. Io non ho fatto comparire niente. C’era, ma non c’era.

- Cioè? – chiese Ricciardi.

- Ho capito – disse Omero, che posò la mano sulla spalla del ragazzo – Luc vuol dire che spesso i nostri occhi non scorgono oltre la punta del naso. Vedono solo la realtà che vogliamo vedere.

- Siete troppo complicati, per me – disse Bruno, alzando le spalle – e non ho capito a che gioco giochiamo. Io vedo solo quello che c’è.

- Questo è un tuo limite, papà – commentò Floriana.

- Sì, e qui vedo due lestofanti …

Charles avrebbe voluto reagire, ma Luc lo trattenne.

 - … che vi stanno prendendo in giro, poi c’è il terzo, quello che si è sparato alla gamba, sicuramente l’ha fatto apposta per rimanere solo con Gloria e Bettini, magari proprio ora li sta derubando; questi tre gentiluomini hanno solo lo scopo di confondervi per poi piazzare qualche … non so … una serie di furti, magari uno anche qui, o vi vogliono vendere qualcosa, magari un’enciclopedia o un libro sulla vita di questa Giovanna …

- Papà, non essere così rasoterra – disse Floriana.

- Ah, già, voi volate! Voi attraversate il tempo e lo spazio come se fossero panetti di burro; quelli attraversano le cascate a cavallo e invece di ritrovarsi con le mutande bagnate capitano qui, prima sono in una grotta e poi si trovano in una cittadina del ventunes …

- Grotta! – gridò Lara, facendo sobbalzare tutti – Ecco il fattore comune! La grotta. Leo, la tua grotta.

- Sei un genio, sorellina – disse Leo, scoccandole un bacio sulla guancia. Spiegò a Luc che lui aveva l’abitudine di andare in montagna a riflettere, a leggere, e anzi ne aveva scoperte tre, di piccole grotte, e le aveva occultate, e solo lui sapeva dov’erano ubicate. Due erano una sorta di deposito per i libri e le riviste, una si chiamava Duecilindri e l’altra Quattrotempi. Poi c’era la Grotta del Pensiero, più grande e agevole, dove a volte incontrava anche i rari amici che avevano le sue stesse passioni: le moto e la botanica.

- Ecco – disse Luc, che si sentiva le membra tremare per l’emozione – è da lì che Lara porterà il disegno a Giovanna.

- E come? – chiese Bruno, sollevando un sopracciglio. – Anche lì c’è una cascata, che magari lei attraverserà come un’amazzone su un bel destriero? O forse c’è una pozza d’acqua in cui si immergerà per trovarsi al cospetto del suo Delfino?

- Ora ci andiamo – tagliò corto Omero – e vedremo.

- Sì, e facciamo presto – disse Luc, che rivolse a Lara uno sguardo carezzevole pieno di riconoscenza. Lei sorrise.

- Hai trovato la luce, sorellina – disse Leo.

- A proposito, portiamo le torce elettriche – propose Ricciardi.

Luc, pur emozionato com’era, gli chiese stupito: - Avete scoperto come immagazzinare l’elettricità?

- Da secoli, ormai – rispose il professore.

- L’uomo è una gran bella bestia – commentò Luc, con ammirazione.

- Su questo non si discute – disse Bruno, e tutti capirono che lui dava un significato ben diverso a quella frase.

Uscirono e s’imbatterono in Alphonse, tenuto stretto da Bettini e Gloria.

- Dice che vuole collaborare – spiegò il dottore.

- Io non gli crederei – disse Charles.

- E perché no? – chiese Alphonse.

- Lo sappiamo tutt’e due perché no; anzi: lo sanno tutti.

- Ho cambiato opinione. Ora sto dalla tua parte.

Luc gli chiese: - Sei diventato saggio col passare del tempo? e ti ci sono voluti seicento anni?

Alphonse non rispose, ma domandò: - Dove siete diretti?

- In montagna – gli rispose Leo.

- A fare?

- A cercare il passaggio – rispose Lara, con una frase misteriosa di cui egli non riuscì a cogliere il significato. In realtà si sentiva confuso e stanco, e l’aver perso sangue dalla ferita lo aveva indebolito. Ma voleva rimanere lucido, doveva rimanerlo: era essenziale. E ora che sapeva dove erano diretti (una notizia vaga, dato che la cittadina era circondata da montagne, ma era comunque un indizio su cui lavorare) poteva mettere in atto un suo piano, che era necessariamente improvvisato.

- Ritorneremo al nostro tempo – disse Luc.

- Se vuoi – aggiunse Charles, – anche se preferirei che tu rimanessi qui.

- E che ci farei, qui? – chiese Alphonse.

- Quello che hai sempre fatto. Nulla.

- Ho sempre combattuto.

- Sì, stando a casa – disse Charles, ridendo.

- Ehi, ragazzino – gli disse Alphonse con durezza – la guerra si fa anche lontano dal fronte. E non puoi proprio parlare tu, che passi le ore al tavolo da gioco. E perdi sempre.

Charles divenne di fuoco. Non si aspettava un colpo così basso, che lo riportava al suo doloroso vizio, a cui non stava più pensando da qualche ora (giorno? secolo?).

Gli altri del gruppo erano già entrati nelle auto; presso di loro erano rimasti solo Lara e Luc, che ascoltarono lo scambio verbale.

- Sentite – disse Luc, afferrando i due per le maniche – qui le vostre beghe non ci interessano. Tu dici che ti sei ravveduto e che non vuoi più ostacolare quello che Lara deve compiere; e allora smettila di provocare. Se le cose seguiranno un certo percorso, andremo tutti e quattro nel passato.

Ci volle qualche istante prima che Charles e Alphonse si rendessero conto di quello che il ragazzo aveva detto, poi chiesero all’unisono: - Quattro?

- Certo. Noi tre più Lara.

Giovanna li sentiva, i lupi. Giovanna li vedeva, i lupi. Giovanna percepiva l’odore, quello dei lupi.

Nella sala buia in cui alcuni servitori cercavano di accendere le fiaccole, nella sala buia in cui un vento gelido veniva non si sapeva da dove, nella sala buia entrava prepotente la presenza dei lupi che ululavano lontani eppure vicini.

Giovanna ebbe un brivido. E non era freddo. Non era paura. Non era emozione. Era qualcos’altro, e non sapeva cosa fosse.

Nella sala buia il chiacchiericcio non terminava, i gridolini delle dame eccitate dalla situazione tagliavano l’aria: Giovanna sapeva che lì, nel grigio indistinto, il Delfino attendeva come lei il momento risolutore. E se lei era impaziente, altrettanto doveva essere il principe.

Giovanna sentiva i lupi e il vento, e attendeva, e il buio la circondava, e sperava che qualcosa accadesse, e sapeva che Lara non era lontana e che quel buio e quel vento e quei lupi erano segnali fausti.

- Che succede ancora? – sentì dire d’un tratto, in un attimo in cui tutte le voci si erano zittite per un caso.

- Niente, sire.

Quindi anche il suo gentile Delfino aveva percepito che qualcosa stava per succedere.

Cosa, mio Dio, cosa?


[1] Omero fa riferimento a quanto accaduto nel romanzo Il tesoro dei briganti.

postato da: italiamedievale alle ore 08:20 | link | commenti
categorie: capitolo sedicesimo