Romanzo inedito per ragazzi di Claudio Elliott.

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431) in una stampa d'epoca.
Giovanna dormì agitata. Le parve di sentire i genitori mormorare, nell’attigua camera da letto, ma non riusciva a cogliere suoni distinti.
In realtà, da quando in casa o nelle strade si parlava insistentemente della guerra contro l’Inghilterra, e le pareva di sentire le truppe nemiche avvicinarsi, non dormiva più come quando era piccola. E da quando aveva avuto quella visione, le cose erano peggiorate.
Si svegliò. Vedeva di nuovo quella persona (se era una persona), sentiva di nuovo quella voce (se era una voce), si immergeva di nuovo in quella luce (se era una luce) e non riusciva più a prendere sonno. Cosa poteva mai significare? Perché a lei era capitata una cosa del genere? Si chiese se poteva essersi immaginata tutto. D’altronde, di fantasia ne aveva. Non sapeva leggere né scrivere (lì nel villaggio erano pochi a saperlo fare), ma la sua mente spesso costruiva storie, che sarebbe stato bello poter mettere per iscritto, magari dettandole al fido cugino Luc. E quelle avventure se le immaginava quando si metteva a filare e a cucire, attività nelle quali era davvero brava. Ed erano sempre storie a sfondo religioso, ma piene di intrecci e avvenimenti sorprendenti.
Si sedette sul letto. Cercò di ricordare esattamente come si erano svolte le cose. Incrociò le gambe, si appoggiò alla parete e riandò con la mente al pomeriggio.
Era tornata, come sempre, dal bosco dove era andata a pascere le sue pecore. Alcune avevano un nome o un soprannome, e con queste parlava, a queste raccontava le storie che inventava, e queste le stavano sempre vicino, come se fossero un gruppo di elette.
Era andata a richiuderle nel recinto, e allora era successa quella cosa.
Stava osservando da lontano, seduta su un masso, il lento corso della Mosa, argento nella valle. Rifletteva su quello che aveva sentito al villaggio. Non era la prima volta che se ne parlava. Da giorni spirava su Domrémy una leggenda, quella che il parroco aveva chiamato una promessa divina: Dio un giorno avrebbe incaricato una giovane ragazza, una pulzella, di liberare la Francia da Satana, cioè dall’Inghilterra. Il padre di Giovanna parlava spesso con gli altri uomini di casa di quella faccenda, dell’occupazione inglese, della guerra, e nominavano spesso la città di Orléans, ma lei non ci capiva poi molto. Tra l’altro le conversazioni, spesso iniziate nell’osteria, proseguivano lì a casa tra lunghe bevute di vino, con un vociare in cui ognuno cercava di prevalere sull’altro, mentre lei posava sul lungo tavolo di legno il pane e il vino e la salsiccia, senza che nessuno le badasse.
Che una giovane ragazza potesse liberare la Francia dall’ Inghilterra, mettendo fine a una guerra che stava ammassando vittime nei cimiteri di tutto il Regno, era una bella sciocchezza, però i grandi sembravano darvi credito, a parte il padre e pochi altri. E stava proprio cercando di immaginarsi come potesse essere questa creatura prediletta: una sua amica? Una cugina? Una di qualche villaggio vicino? Tra le parole masticate dagli uomini insieme al pane, alla salsiccia e al vino, le era parso di capire che la leggenda parlava del suo paese, o di uno nel circondario.
Sentì le campane della chiesa: era mezzogiorno. Quel suono bronzeo, che segnava le ore e i frammenti d’ora durante tutto il giorno e i mesi e gli anni, era il suo preferito: le campane erano spiriti ammonitori che ora annunciavano un lutto, ora una gioia, oppure il riposo, o l’ora del raccolto; ed erano le sue amiche, a cui aveva dato un nome (la grossa Georgia, la cupa Geneviève, la sottile Michelina) e il cui suono scivolava nell’aria proveniente anche dai villaggi vicini.
Si alzò dal masso, per inginocchiarsi a pregare (lo faceva ogni volta che sentiva le campane) e fu in quel preciso istante che qualcosa era apparso davanti a lei, luminosissimo, tanto che dovette ripararsi gli occhi: riconobbe a stento una sagoma umana. Era inchiodata dallo spavento. Voleva chiedere chi fosse, ma la voce non si faceva largo tra le sue labbra. Fu l’altro a parlare, soave, e le parole che disse non le avrebbe mai dimenticate. Quando la figura svanì, lei si scosse e prese a scappare via.
Quello non era un frutto della sua fantasia, ne era sicura. Quell’essere tutto luce lei lo aveva visto davvero, quelle parole le aveva sentite davvero. A chi raccontarlo? Al padre o alla madre? Al parroco? Alle amiche? Alla sorellina o ai fratelli? Nessuno le avrebbe creduto. Tutti le avrebbero detto che si era lasciata suggestionare da ciò che si diceva in giro; le avrebbero detto che non poteva essere lei, una pastorella ignorante e mingherlina, la ragazza designata per la liberazione della Francia. Avrebbero liquidato la faccenda con frasi come: non hai altro da fare che credere alle sciocchezze, pensa a lavorare, sono tutte fantasie.
E ora lì, nella sua stanza, nella sua piccola casa accogliente, parlò con se stessa, ad alta voce, come faceva spesso: - Eppure qualcuno mi deve credere.
- Cosa si deve credere? sentì dire, ed era una voce di ragazza come lei. Non c’era nessuno lì, ma era come se ci fosse. Rispose a quella presenza, ad alta voce, come ispirata, ripetendo non solo le parole sentite dall’apparizione ma cercando di imitarne il tono, l’accento, il vigore.
E ora che le aveva pronunciate per la prima volta, ne ebbe paura: ne capì appieno il significato, e si portò le mani al petto, al cuore.
Non avrebbe voluto ripeterle, quelle parole che aveva udito: le voleva tenere strette nel cuore, segrete fin quando poteva. Ma lì, nella sua stanza, chi poteva sentirle, se non quella presenza immaginata, quella ragazza che le aveva risposto con una domanda?
Doveva rivedere Luc: era l’unico a cui poteva raccontare tutto e chiedere consigli. Lui studiava, e capiva molto più di lei di religione, e anche di storia, e anche di politica. Tra l’altro si interessava di magia (e questo lo sapeva solo lei, perché era proibito dalla Chiesa e, se si sapeva in giro, per lui c’erano la tortura e il rogo). Una volta le aveva detto addirittura (davanti ai suoi occhi spalancati per la meraviglia e l’incredulità) che poteva far incontrare passato e presente, oppure passato e futuro.
Doveva rivederlo, senz’altro. E al più presto.
Sperò che il giorno sorgesse prima del solito.
Lara non voleva andare a scuola, quel giorno. In realtà non voleva farlo quasi mai. Due pesanti ore di matematica, più tecnica, più informatica, e per finire francese.
Scese al piano di sotto e si diresse in cucina. Gloria, sua madre, stava preparando il caffè. Lara si fece coraggio e disse, tutto in un fiato:
- Mamma-oggi-non-mi-sento-bene.
- Il solito mal di pancia?
- No. Ho proprio mal di scuola.
Ma no!
- Ho fatto pochissime assenze, questo quadrimestre.
- Non hai fatto le espressioni?
- Sì, le ho fatte, e mi sono anche riuscite. È che proprio non mi va. Dai, una volta tanto!
- Sai, anche a me non piaceva la scuola, però è importante andarci. Anzi, mi sono pentita di non essermi laureata.
- Ma l’università è un’altra cosa. Non devi fare sempre le solite cose, tecnica, francese, lettere …
- Devi fare di peggio, invece. Anzi, devi organizzarti da sola il tempo. Io, per esempio, già al primo anno …
Gloria stava per addentrarsi in una delle sue tiritere, mentre a Lara premeva avere il permesso di fare festa, così la interruppe: - Un solo cucchiaino di zucchero, vero, mamma?
- Sì, grazie. Porta il caffè a papà, e chiedi a lui di non andare a scuola.
Era fatta. Il padre non diceva quasi mai di no. Il quasi era legato all’umore, e di mattina si svegliava sempre allegro e pimpante.
Quando tornò in cucina, annunciò tutta contenta alla madre che il permesso era stato accordato. Zip, il cagnolino che aveva trovato un paio d’anni prima e che aveva portato a casa guidando la bicicletta con una mano sola, saltellava felice: aveva intuito che quel giorno ci sarebbe stata compagnia.
- Sai, ho fatto un sogno strano. Sembrava reale disse Lara, mentre scaldava il latte. La madre non rispose, e lei continuò: - Un delfino che si dibatteva in un campo di fiori, mi pare gigli. Sembrava voler nuotare, ma non era quello il suo elemento naturale. E poi mi fissava con occhi umani.
- Strano. Un delfino. Gigli. Non c’è associazione. Oddìo, nei sogni tutto è strano.
- Appunto. Ti sembra che possa avere un significato?
- Per quello che so io, no. Ho letto molti libri sui sogni e sui loro significati, ma è tutta roba psicologica, difficile da spiegare a una ragazzina.
- Ma la gente ci gioca i numeri.
- Allora vai dal tabaccaio, che ha anche il lotto, fatti dare il libro della Smorfia[1], trova le parole delfino e giglio, e gioca i numeri corrispondenti. Non si sa mai. Magari anche nuotare.
In quell’istante comparve Leo, che bofonchiò un buongiorno mentre immergeva la testa nel frigorifero, il posto della casa che preferiva. Tirò fuori le polpette avanzate dal giorno prima, le sottilette, la pancetta, le uova.
- Con più benzina, la macchina cammina meglio spiegò, sedendosi a tavola. Porse le uova alla madre, che le cuocesse.
- Quella non è benzina disse Lara, con espressione disgustata è una bomba atomica.
- Per te, che sei grassa.
- Non sono grassa.
- Non è grassa s’intromise Gloria, mettendo a cuocere la pancetta con le uova.
- Nooo, è una balena.
- E tu sei uno scimpanzé.
- Magro, però disse Leo, che aggiunse, prima che la sorella potesse ribattere: - Guarda che muscoli! Non c’è un filo di grasso. Tutto muscolo. Tocca, su, tocca. Le tue braccia, invece, come sono?
- Oh, basta, ragazzi.
- Due salsicciotti, sono concluse Leo. Gloria gli mise davanti le uova fritte con la pancetta, su cui lui adagiò le sottilette. Lara lo osservò schifata, poi distolse lo sguardo.
- Devo crescere le disse Leo introducendo nel forno che aveva al posto della bocca una potente forchettata di calorie.
- E ti devi spicciare fece la madre se no fai tardi a scuola.
- Oggi c’è assemblea di classe e non voglio proprio andare a sentire chiacchiere inutili.
- Beh, almeno vatti a vestire che mi vai a comprare delle cose.
- E la signorina non ci va, a scuola? È ancora in pigiama.
- La signorina oggi fa festa fece Lara nel momento stesso in cui entrava il padre che, con un tempismo eccellente, disse: - Deve venire con me a fare delle commissioni.
- Ah fece Leo, ingollando un altro po’ di bomba atomica seguito dal succo d’arancia credevo che fosse un capriccio. Vado a vestirmi.
Scappò verso le scale, ma prima di arrivare sopra si fermò su un gradino e mostrò le braccia alla sorella, in una posa da culturista: - Hai visto che muscoli? poi scomparve verso il bagno.
- Che scemo disse Lara, poi chiese: Papà, ne capisci di sogni?
- Sogni? Parli di simboli o parli di numeri? Mia madre ricavava sempre degli ambi o dei terni, e ogni tanto ci azzeccava. Che hai sognato?
Lara glielo disse, aggiungendo che lei non voleva sapere a che numero della Smorfia corrispondessero, ma quale era il significato profondo del suo sogno.
- Bella mia, qui entriamo in un campo immenso. Per me chi sogna un delfino sogna un delfino, e non ci sono interpretazioni. Sto coi piedi per terra.
- Sarà per questo che non sogni mai disse Gloria.
- Ma sì che sogno, ma non mi ricordo nulla, o sono cose legate alla vita quotidiana. Non credo ai simboli, alle allegorie, alle cose psicologiche di Freud.
- E chi è? chiese Lara.
- Te lo spiegheranno a scuola. È uno di quelli per i quali se sogni, come nel tuo caso, un delfino che si dibatte, significa, che so?, che da piccola hai sofferto di qualcosa, o qualcuno ti voleva affogare nell’acqua del mare … cose così.[2]
- Potrebbe essere; lo devo approfondire, questo Freud.
Lo squillo del telefonino la fece sobbalzare. Marina o Floriana?
Floriana.
Era agitata. Raccontò che le era sembrato di avere avuto una conversazione virtuale, un sogno forse; era come se una ragazzina fosse presente nella sua stanza, una ragazzina dal viso esaltato, forse di un altro tempo, che chiedeva di essere ascoltata, e che poi le aveva riferito delle parole dette da un essere misterioso; Floriana ripeté ciò che la ragazzina le aveva detto, concludendo con: - O qualcosa di molto simile.
A sentire l’amica, Lara impallidì e le raccontò del delfino nel campo di gigli.
- Strana coincidenza disse Floriana, che aggiunse: - Ancora più strana se pensi che proprio l’altro giorno ne ha parlato il prof.
- Di che cosa? chiese Lara, che non seguiva sempre con attenzione le spiegazioni in classe.
- Ah, ma sei proprio distratta. Ora ti rinfresco la memoria.
Più Floriana parlava, più Lara capiva che la pace era finita: ancora una volta lo spazio e il tempo si annullavano, ancora una volta si accartocciavano, e toccava a lei e a zio Omero dipanare la matas-sa. E i suoi amici venivano coinvolti con lei.
Si trattava, ora, di attendere gli avvenimenti.
Jacques d’Arc fu svegliato nella notte da Isabelle, sua moglie.
- Mi è venuta in mente una cosa disse con tono preoccupato, scuotendolo per la spalla.
- A quest’ora di notte?
- È una cosa importante. Riguarda nostra figlia.
- Catherine?
- No. Giovanna.
- Ah, Giovanna.
Dei suoi cinque figli, era quella che gli dava meno pensieri. Era rispettosa in famiglia e fuori, andava sempre a messa alla vicina chiesa di Notre Dame di Bermont, dove rimaneva a pregare anche quando la cerimonia era finita; a volte portava candele in onore della Vergine Maria. Partecipava a tutte le processioni, seguendole scalza e a stomaco vuoto, spesso con una candela, e se pioveva la riparava con la mano. Inoltre Giovanna si rendeva utile nelle faccende domestiche e nel pascere gli animali. Per cui quell’improvvisa preoccupazione di Isabelle lo allarmò. Aveva pensato a Catherine, che era birichina e ne combinava sempre una delle sue. Ma Giovanna, no. In un attimo gli balzarono in mente una serie di pensieri: ormai aveva tredici anni: mica qualcuno l’aveva chiesta in moglie? Beh, poco male, si sarebbe analizzata la situazione patrimoniale dell’aspirante marito e si sarebbe presa una decisione. Loro non erano poveri, e quindi il pretendente doveva per lo meno essere all’altezza.
Oppure si era comportata male col parroco? O peggio ancora si era messa di mezzo in una di quelle frequenti lotte a colpi di bastoni e sassi contro i ragazzi dei villaggi vicini, fedeli al Duca di Borgogna e quindi partigiani di Enrico VI, re d’Inghilterra?[3] E magari si era ritirata a casa tutta lacera e insanguinata? Oppure aveva fatto qualche guaio insieme al cugino Luc, che aveva troppa cultura per essere un ragazzo normale?
- Ricordi la notte che è nata? chiese invece la moglie.
- Non proprio. Abbiamo avuto cinque figli, e mi pare che le cose si siano svolte più o meno nella stessa maniera.
- Quella volta no.
- No? E ti viene in mente ora? Di notte?
- Era l’Epifania, ricordi?
- Ah, lei è quella nata il sei gennaio. Ricordavo che uno era nato in quell’occasione sacra.
- Era lei. Quella notte i galli cantarono in modo insistente, fino al sorgere del sole. Era come se annunciassero un’alba diversa.
- Ora me lo ricordo, sì. Uscii fuori per farli tacere, li ho anche fatti scappare per tutto il cortile, ma quelli riprendevano con più vigore. Mi era sfuggito di mente. Sì, sì, tutta la notte è durata la battaglia tra me e loro. Ma perché è così importante?
- È una cosa che non si è più ripetuta.
- Meno male. Gli avrei tirato il collo, a quei galli.
- Se li avessi presi ridacchiò lei.
- Eh già.
- Non poteva essere un segno del destino? Non poteva voler dire che nostra figlia, nata proprio quella notte, era speciale?
Jacques si sollevò sul gomito, si alzò dal letto, accese lo stoppino del lume che era sulla cassapanca e lo portò fino a sfiorare il volto di Isabelle. Lei aspettava la sua risposta.
- Ho capito dove vuoi arrivare, moglie mia disse lui fissandola -. Tu stai dando credito alla leggenda. Vero?
- Quale leggenda?
- Oh, lo sai bene. Tu credi che nostra figlia sia speciale, tu credi che sia quella di cui parlano tutti, l’inviata dal Signore a liberare la Francia. È così? È per questo che ora mi hai svegliato?
- Sono giorni che ci penso, è vero. Ho sentito quello che dice la gente. E così ho collegato le due cose. Non potrebbe essere Giovanna la …
Lui la interruppe bruscamente, e il lume gli tremava in mano:
- Non lo dire neanche. In questa casa timorata di Dio non voglio sentire sciocchezze di questo tipo. Una ragazza! Ne parlavo con gli amici, anche oggi. Come sempre. È diventato l’unico argomento di conversazione, da un po’ di tempo. Ed è una cretinata. Una ragazza, ma sentite! Giovanna, poi!
- Ma i galli, quella notte?
- Avevano mal di pancia, che vuoi che ti dica. Adesso ogni cosa un po’ strana o fuori dall’ordinario dev’essere un segno divino? Non ti sembra una bestemmia? Se i cani abbaiano più del solito sta per nascere un nuovo Messia? Se i gatti miagolano tutta la notte sta per nascere un prediletto del Signore? Se i galli …È una bestemmia, ti dico.
- No, per carità, non volevo mancare di rispetto, tu sai come sono pia, ma ho collegato le due cose.
- Non ne parlare mai più disse Jacques perentorio. Se mai qualcuno dovrà liberarci dagli inglesi, non sarà di certo una ragazzina tutta ossa come Giovanna. Ci vuole ben altro, moglie mia.
- Va bene disse lei remissiva non ne parlo più, ma volevo dirti il mio pensiero. Me lo hai sempre insegnato.
- E io ti ringrazio disse lui, calmato dalle parole e dall’atteggiamento della moglie ma che non se ne parli più.
Si rimise giù con l’intenzione di dormire. Non ci riuscì. Pensò a quella sua figlia e alle assurde ipotesi di Isabelle. Il fatto che Giovanna fosse devota era risaputo in paese; aveva anche una sua piccola abitudine, per cui qualcuno la prendeva in giro: quando le campane spandevano nell’aria il loro suono (il che accadeva moltissime volte al giorno), lei si metteva in ginocchio, dovunque fosse, e pregava. Ricordava che padre Dominique Jacob raccontava che lo faceva anche quando sentiva le campane della compieta, alle nove di sera, che era un’ora assai tarda per chi si alzava alle cinque di mattina. Sembrava che aspettasse il suono per potersi raccogliere in preghiera. Anzi, una volta aveva rimproverato il campanaro perché si era dimenticato di suonarle, e gli aveva promesso una piccola ricompensa affinché fosse meno distratto in futuro.
Bene. Ma questo non faceva di lei una condottiera. E neanche il fatto che i galli fossero particolarmente nervosi il giorno in cui nacque.
Si girò sul fianco e fu allora che sentì Giovanna che diceva parole inquietanti. Parlava nel sonno? Si avvicinò alla sua stanza, e la vide non visto: parlava, seduta sul letto, con la parete di fronte, e aveva il viso sereno.
Le parole che aveva sentito così chiaramente non gli fecero più prendere sonno.
- Ho visto l’arcangelo Michele. Mi ha dato un messaggio: O figlia di Dio, condurrai il Delfino a Reims, dove sarà degnamente consacrato re.[4]
[1] Smorfia: Manuale usato nel gioco del lotto, contenente il valore numerico di immagini ricavate dai sogni. Vedi Leggendo tra le righe.
[2] Sigmund Freud (Freiberg, Moravia, oggi Prìboř, Repubblica Ceca 1856 - Londra 1939), medico e neurologo austriaco, fondatore della psicoanalisi, autore, tra l’altro, del testo L’interpretazione dei sogni.
[3] Alcuni villaggi e città erano dalla parte del duca di Borgogna e non volevano il proprio re francese sul trono, bensì quello inglese. Erano detti borgognoni.
[4] Reims: Città della Francia nordorientale, nella regione di Champagne, sul fiume Vesle. Nella sua stupenda cattedrale venivano consacrati i re francesi.