Chi sono

Blogger: claudoelliott

Pubblicato a puntate a cura dell'Associazione Culturale Italia Medievale.

Claudio Elliott, nato a Griffith (Australia), ha vissuto a Firenze e Napoli; attualmente insegna lettere a Potenza (Basilicata). Autore di libri per l'infanzia per gli editori Le Monnier, Medusa, Rubino. Il romanzo Giovanna d'Arco: i lupi e il vento è ancora inedito e fa parte del ciclo di Lara Bettini (una ragazzina che entra in contatto con altre realtà - o queste entrano in contatto con lei). Gli altri libri della serie sono: Game over (mondo dei videogiochi), Le due vite di Aya (mondo azteco), Quattro parole dal passato (medioevo italiano, inquisizione), Il tesoro dei briganti (Italia post-unitaria), L'ultimo canto del faraone (mondo egizio). Tutta la serie di Lara Bettini è quindi in bilico costante - e pericoloso- tra presente e passato, con incursioni dei protagonisti in altri mondi. Altri libri di Claudio Elliott: Birillo alla scoperta del mondo, La poliziotta bionda e con gli occhiali, Mistero a New York (con lo pseudonimo di Alexander Moore).

Consigli per la lettura: i capitoli vengono inseriti settimanalmente, quindi in home page troverete sempre il capitolo più recente. Per iniziare la lettura da qualsiasi capitolo basta cliccare nella banda di sinistra sul capitolo desiderato nelle Categorie.

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lunedì, 05 dicembre 2005

capitolo quinto

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431) La meravigliosa vita di Giovanna d'Arco.
Film di Marc de Gastyne,.1927


Rosa, Rosae, Marina, Marinae

Il cavallo stava bevendo in modo rumoroso. Era palesemente felice di quell’abbeverata. Charles per un attimo avrebbe voluto entrare nella testa dell’animale per sapere cosa pensava (se pensava) di quel viaggio nel tempo e nello spazio.

Un fruscio tra le fronde lo mise sul chivalà, ma non ci fu altro movimento, perciò si rilassò. Troppi avvenimenti in così poco tempo. Cercò di riordinarli.

Per prima cosa era andato a saldare i debiti.

Tra quelli che gli avevano prestato soldi c’era Jacques, il papà di Giovanna, ma non aveva preteso interessi: era una persona onesta e rispettata e gli aveva dato quei soldi in virtù dell’amicizia che lo legava a suo padre.

La sua casa veniva prima di quella dell’usuraio, così Charles si era fermato lì.

Entrò, dopo aver bussato con le nocche alla porta di legno.

Giovanna lo accolse con gioia e gli disse che il padre non c’era.

- Devo lasciargli dei soldi – disse Charles.

- Puoi metterli su quel mobile. Anzi, nel cassetto.

- Stai bene? Mi sembri pallida.

- Ho dormito male.

- Hai bisogno di niente?

- Avrei bisogno di tutto, mio buon amico, ma il Signore aiuterà me e la Francia.

- Cosa c’entra la Francia?

- Lo capirai. In questi anni succederanno cose straordinarie.

- A me stanno già succedendo – disse Charles, che posò le monete nel cassetto e si fermò davanti alla porta, guardandola con intensità. – Sono stato da Luc. Parto per un lungo viaggio.

A Giovanna parve di vedere una luce diversa negli occhi del ragazzo. Gli si avvicinò, cauta, e lo fissò, e lesse fino in fondo il suo animo.

- Sarai il mio messaggero? Andrai dal Delfino? – gli chiese con voce sommessa, mettendosi in ginocchio ai suoi piedi. Charles non parve stupito di quella dimostrazione di umiltà, e la rialzò prendendola per i gomiti. Si sorprese invece di quanto fosse leggera. Rispose:

- Sarò il tuo messaggero, ma andrò molto più lontano di quanto pensi.

- E Luc ti indicherà la strada?

- Luc mi indicherà la strada.

Era da poco suonata la compieta, le nove di sera, quando Charles vide arrivare Luc, al luogo dell’appuntamento. Avuto il plico, lo assicurò ben bene in una tasca interna della camicia.

- Di qui – gli fece cenno Luc. Con la torcia illuminava il cammino. Era visibilmente teso, e lo stesso Charles non era per niente tranquillo. Lo seguì affiancato dal suo cavallo Apollodoro.

- Entriamo in questa grotta – lo guidò Luc.

- La conosco, ci vengo spesso con Marie.

- Ecco, e avrai notato che lì in fondo c’è una cascata.

Charles cadde dalle nuvole. Disse che non l’aveva mai notata, ribadì che lui conosceva a menadito il posto, anzi sapeva bene che non c’era nessuna cascata, perché in quel tratto, sia prima che dopo, nella valle, il fiume era placido.

- Quella cos’è, allora? – chiese Luc, avanzando di una cinquantina di metri, seguito da uno stupito Charles.

Davanti ai suoi occhi spalancati un muro d’acqua chiudeva ogni visuale.

- Siamo dietro la cascata – gli spiegò Luc. Aveva alzato la voce, perché il rumore era assordante.

- Ma … ma … non c’è mai stata. La conosco come le mie tasche, questa grotta.

- Le cose bisogna saperle vedere. Quella è la porta per il futuro.

Charles cominciava ad essere agitato; prese Luc per la manica: - Vuoi dire che devo uscire da lì? – La mano tremante indicava la parete d’acqua scosciante: - C’è un sentiero nascosto che mi ci porta?

- Non un sentiero. Quella è la porta.

Charles non capiva, scuoteva la testa, e anche Apollodoro, trattenuto per le redini dal padrone, dava segni di nervosismo. Luc spiegò, gridando: - Ti devi lanciare verso quell’acqua, tu col tuo cavallo.

- E non mi ritrovo nella Mosa, così?

- No. Lì non c’è più il fiume.

- Ah no? E quell’acqua dove va a finire?

- Nelle spire del tempo.

Charles si stava dando dello stupido: aveva creduto a quel ragazzino, di poco più giovane di lui, aveva accettato i suoi soldi (che gli usurai avevano ghermito con mani avide e occhi meravigliati), e ora era lì, a cavallo, davanti a una massa d’acqua cadente che finiva … nelle spire del tempo! Saperlo, cosa voleva dire.

- Sento dei passi – disse Luc allarmato. Anche Charles aveva colto qualcosa, ma non erano passi veri e propri, sembrava il rumore di zoccoli di cavallo, appena udibili in quell’antro invaso dal frastuono della cascata.

Tutto successe in fretta. Luc diede una forte pacca sulla coscia del cavallo, che balzò con occhi spaventati verso il muro d’acqua mentre Charles gridava: - E per il ritorno? – e Luc gridava: - Ci penserà Lara – e l’acqua intorno a lui gridava.

Charles si trovò in una frazione di tempo sotto la cascata e poi in uno sfavillio di colori e suoni e poi in un paese che non aveva mai visto prima.

Luc era contento: la missione era cominciata. Stava ancora osservando la sagoma del suo amico che spariva oltre il cristallo zampillante, quando un galoppo forte e furioso lo fece voltare; non fece in tempo a vedere cosa fosse: fu travolto da un cavallo con in groppa un cavaliere, che si precipitò verso la cascata e si lanciò scomparendo, come Charles, nel futuro.

Luc si rialzò, dolorante e, ancora di più, arrabbiato e perplesso: chi mai era? Come aveva scoperto il segreto della grotta? E perché era andato dietro a Charles in un mondo sconosciuto?

Mentre il profumo dello spezzatino inondava la casa di Lara, un insolito silenzio circondava il gruppo dei traduttori. In verità, l’unico a tradurre fu Ricciardi, ma tutti erano concentrati sul testo che stava sgorgando dalla penna del prof, e partecipavano, con il respiro sospeso e l’animo stupito, alla ricerca sui vocabolari. Si scambiavano occhiate, sguardi interrogativi, lievi pacche sulle spalle quando una parola coincideva con quello che loro avevano sospettato.

Gloria ogni tanto si affacciava oltre le spalle dei ragazzi e dava un’occhiata ai due brevi testi, che stavano prendendo una forma italiana, e più leggeva più scuoteva la testa. Era incredibile che la sua Lara fosse ora al centro di un’altra vicenda inspiegabile, dopo le altre che erano capitate; restava sempre più convinta che fosse uno scherzo ben orchestrato, nonostante Ricciardi avesse detto che era impossibile. Poi arrivò Marina, e tutto cambiò, tutto divenne meno probabile, e allora fu sicura che ormai niente sarebbe più stato come prima.

Innanzitutto la ragazzina arrivò sola, apparentemente a piedi. Il che era un fatto inconsueto.

Poi Marina non si mise al fianco di Leo, come lui si aspettava, tanto che le aveva sorriso e le aveva fatto posto. Lara notò che l’amica era sporca di polvere e foglie ed aveva uno sguardo assente, imbambolato. Dopo qualche istante, però, Marina parve scuotersi: indicò una delle due lettere sul tavolo dicendo: - La lettera di Giovanna.

- Di chi? – chiese Lara.

- Giovanna.

- Hai detto: la lettera di Giovanna. Quindi la conoscevi, questa?

- Beh, certo. L’ho scritta io.

Una bomba avrebbe fatto meno effetto di quella dichiarazione. Ricciardi balzò in piedi rosso in faccia, Omero bofonchiò qualcosa tipo stupida mocciosa, Lara la prese per le braccia e la strattonò, senza sapere neanche lei stessa perché, Leo la fissò con un odio impercettibile, Floriana rimase immobile con gli occhi fissi sulla tavola. Tutto questo nello stesso attimo, e in vocio misto di incredulità e indignazione.

- Ma hai detto che è la lettera di Giovanna.

- Sì, ma lei non sa scrivere. L’ho fatto io al posto suo.

- Tu – s’inalberò Ricciardi – tu, che non sai neanche rosa rosae, hai scritto questa? E anche questa? – e le mise davanti agli occhi la lettera che aveva ricevuto Lara.

- Solo l’altra. Non so rosa rosae, come dice lei, perché è un latino elementare; le mie conoscenze vanno ben oltre.

Lara e gli altri la fissavano con tanto d’occhi aperti: non era quella la Marina che conoscevano, la piccola fragile biondina, sempre attaccata a Leo, con un carattere mite e poco combattivo. Aveva uno sguardo diverso, quasi fiero, eppure con delle zone d’ombra.

Ricciardi la affrontò con l’indice teso: - Ma davvero? le mie conoscenze vanno ben oltre. Ma sentitela, questa sbarbatella da quattro soldi. E da quando le tue conoscenze hanno iniziato ad andare oltre la prima declinazione? Da quando sei capace di scrivere un testo complesso, pieno di latino e francese medievale? Non sapresti neanche scrivere una favola per bambini, in latino. E neanche in italiano, se è per questo.

Lara non aveva mai visto il suo prof così arrabbiato, così caustico, così ferito nel suo orgoglio da attaccare una sua alunna, lui che le amava tutte come un fratello maggiore. Aspettava la reazione di Marina.

Alphonse si era lanciato a capofitto lungo tutta la grotta, verso la cascata, travolgendo Luc e senza perdere di vista Charles. Si era lanciato a capofitto, la testa del suo cavallo Biancofiore che sfiorava la volta, lui abbassato sul collo dell’animale, verso quella parete d’acqua e mistero, quella membrana verso il futuro che Luc aveva fatto comparire dal nulla, e che portava al nulla. Ebbe la sensazione di bagnarsi fin dentro le ossa per pochi istanti, poi di sentire un vento che lo asciugava, in un caleidoscopio di odori e suoni e movimenti d’aria e nitrito di cavallo.

Erano giorni ormai che seguiva le sue mosse, erano settimane che teneva d’occhio Giovanna, la devota ragazzina un po’ fanatica, erano mesi che aspettava di sentire lì, nel suo paese, il realizzarsi di quello che si mormorava: a una giovane donna non ancora sposata Dio avrebbe affidato il compito di liberare la Francia dagli inglesi. Lui l’aveva individuata: aveva l’occhio fino e il cervello sveglio. Ben nascosto tra gli avventori dell’osteria, o ben mimetizzato nella folla della chiesa, o frugando nell’intimità delle case di notte, aveva esaminato le poche ragazzine del villaggio che rispondevano alla descrizione della leggenda. Marcelle, la ragazza dell’osteria, era forse giusta per l’età, non era sposata, ma frequentava un ragazzo di nascosto, e poi non era abbastanza pia; Marie si vedeva con quello spostato di Charles, e quando la madre credeva che si recasse a Messa andava invece alla grotta sulla Mosa; le altre ragazzine del villaggio erano poco più che bambine, prese dai giochi e dalla preghiera ripetuta a memoria, quindi senza quella devozione richiesta alla prescelta; oppure erano delle scapestrate che passavano i giorni giocando e ruzzando coi maschi, senza neanche passare dalla chiesa la domenica; l’unica che si distingueva era Giovanna, appassionata di taglio e cucito, tanto religiosa da rimanere per ore in chiesa pregando con parole sue, tanto esaltata da inginocchiarsi dovunque fosse appena sentiva la campana della chiesa, tanto devota da andare spesso al paese vicino per portare fiori e candele sull’altare della chiesa, che lei trovava troppo spoglia. Se era vera la leggenda che da lì, da Domrémy, sarebbe venuta la fanciulla che avrebbe aiutato il Delfino, che avrebbe liberato Orléans, lei era la predestinata.

Alphonse ne era sicuro. E non poteva permettere che ciò avvenisse. Lui era fortemente dalla parte degli inglesi, che riteneva i legittimi sovrani di Francia e Inghilterra, e quindi non poteva ammettere che una ragazzina qualsiasi, con l’aiuto di Dio, mettesse i bastoni tra le ruote al progetto dei Borgognoni di appoggiare il re inglese.

L’aveva seguita per settimane quando andava a pascere le sue poche pecore, quando si incontrava col cugino Luc, quando andava in chiesa. Era stato abile nel non farsi mai scorgere, oppure nel farlo ma in modo disinvolto, come se passasse per caso.

E aveva appreso un bel po’ di cose: che Luc studiava arti proibite, molto vicine alla magia, da quello che riusciva a origliare; e che lei parlava, trasformata nel volto e nell’atteggiamento, con delle apparizioni, che però lui non vedeva. E questa era la dimostrazione del suo teorema: lei era la prescelta e, di conseguenza, lui doveva neutralizzarla.

Quando, una sera, ben nascosto dal buio all’esterno della casa di Luc, aveva ascoltato il patto tra Luc e Charles (pagamento dei debiti in cambio della consegna di lettere di Giovanna nel futuro) era rimasto sbalordito, credeva di aver capito male (nel futuro!); aveva pensato che il cugino di Giovanna scherzasse, ma poi si rese conto che faceva sul serio. Aveva appena fatto in tempo a nascondersi quando Luc era uscito, forse insospettito da un suo movimento nell’ombra, e aveva lanciato un sasso; quando Luc rientrò, si avvicinò di nuovo alla finestra e sentì del loro appuntamento giù alla Mosa.

In un attimo decise che avrebbe seguito Charles, e gli avrebbe impedito di portare avanti la missione. Anzi, avrebbe usato le stesse armi: Luc aveva scritto una lettera da consegnare nel futuro; ebbene, ne avrebbe scritta una anche lui. Luc avrebbe scritto una missiva favorevole alla Francia; bene, lui l’avrebbe scritta di tenore opposto.

Il problema numero uno era: a chi consegnarla?

Il problema numero due era: chi l’avrebbe scritta? O forse questo era il problema numero uno.

Quando Alphonse ebbe negli occhi, per un solo attimo mentre lanciava Biancofiore verso il muro d’acqua, il viso sconvolto di Luc, era ormai tardi per dirgli che si sbagliava, per gridargli che Giovanna non avrebbe mai liberato Orléans: si era trovato sotto la cascata, e poi in quel paese del futuro.

Era caduto dalla sella, atterrando a due centimetri da una buffa faccia di ragazzina bionda, travolta dal corpo pesante e tozzo del suo cavallo bianco, e per poco non gli era venuto un colpo. Come anche alla biondina.

A fatica la ragazzina si era divincolata da sotto le zampe dell’animale, e ne era uscita come imbambolata: fissava con occhi fermi ed inespressivi quel cavallo, quel cavaliere. Sembrava non vedere niente. Si spazzolava con le mani i vestiti, i capelli, si toccava la testa e il petto con piccole smorfie di dolore: e Alphonse la capiva: se il cavallo l’avesse presa in pieno con il suo peso davvero ragguardevole, ci sarebbe stato un cadavere al posto di quella creatura scarmigliata e confusa.

Alphonse le passò più volte la mano davanti agli occhi, ma lo sguardo rimase immobile. Il cavaliere decise che non era proprio il caso di perdere tempo con quella damigella attonita, così si sistemò i vestiti un po’ strapazzati a causa del breve lungo viaggio bagnato asciutto.

Stava per rimontare a cavallo quando fu fermato dalla voce della ragazzina: - Bel cavaliere.

Era l’unico bel cavaliere nei paraggi, così si voltò verso la fanciulla.

- Sì?

- Bel cavaliere, perché scappi?

- Devo scrivere una lettera e consegnarla, e ho fretta.

La ragazzina lo guardava, ma Alphonse si accorse che lo sguardo era vuoto. Capì a volo che era l’occasione che ci voleva: stordita com’era, avrebbe obbedito ai suoi comandi, avrebbe scritto la lettera, e magari gli avrebbe detto dov’era quella Lara nominata da Luc, e gli avrebbe rivelato senza volerlo una strada per ostacolare il disegno di Giovanna d’Arco.

- Bel cavaliere – disse la ragazzina – qual è il tuo nome?

- Alphonse; e il tuo?

- Marina, mio bel cavaliere.

- Dove ci troviamo? – chiese Alphonse; lo vedeva bene che era al limitare di un piccolo bosco, ma voleva altri particolari. La biondina gli disse il nome del paese, disse che distava dal capoluogo una trentina di chilometri, poi aggiunse:

- Lì abita un mio amico, Omero, un tipo un po’ strampalato, una specie di genio – e indicò una macchia di colore a forma di casa a poco più di mille passi di distanza - mentre casa mia e quella della mia amica Lara sono dall’altra parte.

Alphonse drizzò le orecchie: Lara? Non era il nome pronunciato da Luc?

- E tu che ci fai nel bosco? – le chiese; nel suo tempo era assolutamente proibito a una ragazza sola avventurarsi in una qualsiasi contrada solitaria, boscosa o desertica, perché le probabilità di incontrare predoni o malintenzionati erano altissime.

- Stava passeggiando. Studiavo.

- Nel bosco?

- Bel cavaliere, non lo sai che camminando si ossigena il cervello?

Il bel cavaliere notò ancora una volta che lei non lo guardava mai negli occhi, e che i suoi erano ancora persi nel vuoto. La sorpresa di essersi trovata sotto le zampe di un cavallo piovuto dal cielo doveva era stata davvero tremenda.

La prese per mano, una mano sottile e riluttante a stringersi alla sua, e la portò presso un masso. Marina camminava in modo legnoso.

- Siediti – le disse lui.

- Qui? – chiese lei, indicando il suolo e inginocchiandosi.

- Stai più comoda così?

- Dipende da quello che devo fare.

- Scrivi – le disse, tirando fuori una pergamena e un minuscolo calamaio. Ghermì la ragazzina per le ascelle e la avvicinò di più al masso, che avrebbe fatto da scrittoio. – Io detto e tu scrivi.

- Che lingua è? – chiese Marina, mentre vergava, senza capirne il significato, una serie di frasi. Usava la penna d’oca come fosse abituata a farlo, e la intingeva nell’inchiostro con disinvoltura.

- Latino. Francese. È una lettera.

- Che bel suono ha questa lingua. Ora cerco di memorizzare quello che mi detti.

- Ah, fa’ pure. Ora hai il cervello ossigenato.

- È un testo semplice, in verità.

- Se lo dici tu. E ora parlami dei tuoi amici. E io ti parlerò di Giovanna, la ragazza che sta scrivendo per mano tua.

- Giovanna?

- Giovanna d’Arco. Non puoi conoscerla. Senti, ma questo Omero, che hai nominato prima, che tipo è?

- Lui è quello che ci aiuta in caso di necessità. Lara si rivolge a lui quando ha bisogno, e noi ci affidiamo alle sue conoscenze per risolvere i problemi.

- Problemi?

- Lara entra in contatto con altre realtà, spesso di altri tempi, in un modo misterioso, e lui …

Marina si era seduta a terra, e parlava e parlava e parlava; Alphonse aveva capito a chi recapitare la lettera.

postato da: italiamedievale alle ore 07:59 | link | commenti
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