Romanzo inedito per ragazzi di Claudio Elliott.

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431).
L’immagine era ancora lì, sulla televisione di Omero, ed era quel volto imbronciato, brutto, da uomo debole e irresoluto, su cui non si leggeva una sola stilla di nobiltà d’animo. Ma era lui il Delfino, senza dubbio.
- Ricordo di averla vista, su un libro, questa faccia – disse Ricciardi – proprio pochi giorni fa quando preparavo la lezione su Giovanna d’Arco.
- Hai parlato di lei? – chiese Luc, stupito.
- Sì. Parlavamo delle donne nella storia, Cleopatra, Aspasia, alcune eroine romane, e di come i libri ne parlino poco. Allora ho spiegato la sua vicenda. Certo, non nei particolari.
- Sei un bravo precettore – disse Luc, ammirato: ai suoi tempi sarebbe stato circondato da torme di piccoli allievi chiassosi.
- Ho dei bravi ragazzi – disse Ricciardi.
- Smettetela di chiacchierare – disse Omero, indicando l’immagine. - Vedete? La televisione è spenta. Ma lui è qui.
- Già – disse Leo – lo vediamo. Ma Lara come comunicherà queste brutte fattezze a Giovanna?
- Nello stesso modo con cui Giovanna ha preso contatto con lei – disse Marina, come se fosse la cosa più naturale al mondo.
- Con una lettera? – chiese Lara.
- Sì. Una descrizione particolareggiata – disse Marina.
- Mica è facile – disse Lara, pensierosa.
- Non sei poi una cima, in francese – disse Ricciardi.
- Ma potrebbe aiutarmi un professore – gli rispose Lara, con un ampio sorriso, a cui lui rispose nella stessa maniera.
- Buona idea – disse Leo, che poi aggiunse, rivolto a Lara: - E dopo, come lo fai pervenire a Giovanna d’Arco?
- Il vero problema è proprio questo – disse Omero.
- Potrei pensarci io – propose Charles – anche se non so come. Se Luc mi ha fatto arrivare qui, può farmi tornare. Non puoi, Luc?
Il giovane studioso aveva un’espressione triste e sconsolata. Scosse la testa.
- Non posso. Non ho poteri straordinari, io. Sono un conoscitore di alcuni aspetti dell’arte magica e ogni tanto trovo un varco spazio-temporale. Voi stessi siete arrivati qui per un caso, e io anche. Avevo intravisto quella possibilità nella grotta, per te. Alphonse è stato un incidente. E io stesso non so come ci sono arrivato, qui.
Lara stava descrivendo, con l’aiuto del prof, tutti i particolari di quel volto così poco principesco, quando Leo la interruppe: - Sorellina, stai perdendo il tuo tempo.
- Cosa?
- Certo. Giovanna non sa leggere.
Lo avevano dimenticato tutti. Giovanna non sapeva leggere. Lara lasciò cadere la penna, scoraggiata. Ma si riprese subito: - Un disegno, allora – propose.
Luc la fissò ammirato.
- Qui siamo tutti delle schiappe – disse Marina.
- Tu sei brava solo col latino! – disse Leo, beccandosi una linguaccia.
- Potrei provare io – disse Charles – ma non sono molto abile; invece Giovanna deve avere sotto gli occhi un quadro preciso della faccia del principe. La sala è grande, illuminata mica come fate voi, con queste lampade accecanti: la visibilità è assai inferiore. Per quanto ci saranno centinaia di fiaccole (e così sarà di sicuro) Giovanna deve avere la possibilità di vedere questa immagine in modo netto e preciso, e per pochi istanti.
- Perché?
- Per non essere scoperta. Lei deve individuare il Delfino per fargli capire che può avere fiducia in lei.
- È un inganno – osservò Leo.
- Inganno per inganno, dente per dente – disse Luc, con aria da vecchio saggio sul viso da ragazzino
Omero, mentre gli altri parlavano, armeggiava attorno a quella strana televisione con più schermi che rimandavano sempre la stessa figura (tanto che Lara si chiese a cosa mai servisse uno schermo per lato). Omero notò la sua faccia perplessa e le disse: - La farmacista. Continua a chiedermi cose impossibili.
- Zio, lei vuole una sola cosa impossibile, e sei tu.
- Dici?
- Dico. Sei un bel quarantenne, intelligente, geniale, con l’animo puro; lei è una bella donna. E pure ricca. Siete qui che vi gingillate da mesi, con le cose più strane.
- La piscina a ritmo di musica – disse Omero, ripassando le strambe richieste della farmacista – il poster che cambia colore con il cambio della temperatura, un tessuto trasparente come l’acqua …
- Non capisco cosa aspettiate a dirvi apertamente quello che … ehi, zio, cos’è quel cavo?
Aveva visto che Omero, pur continuando la conversazione con lei, continuava ad armeggiare sotto la televisione, poi l’aveva sollevata leggermente, aveva introdotto la mano e poi l’aveva ritirata tendendo con forza un filo verde che sembrava saldamente ancorato all’apparecchio.
- Il cavo della soluzione – disse Omero – Lo avevo inserito qui per delle prove sulla tridimensionalità, per …
- Questa farmacista, però, che tipo! – esclamò Lara. Lo zio non volle replicare (e per dire cosa, poi?): doveva pensare a quello che stava almanaccando, e parlava con sé stesso.
- … E ora ho pensato che se l’attacco alla stampante, potremmo avere una copia precisa e identica di questa bella faccia.
- Giusto – dissero Marina e Floriana, mentre Leo aiutava lo zio a effettuare il collegamento. Luc sorrideva a quelle magie a cui non avrebbe mai pensato: il suo pensiero era andato oltre i tempi, era su un piano più elevato, ma lì vedeva cose oltre ogni immaginazione.
- Rimane il problema di come farglielo avere, a Giovanna – disse Ricciardi.
- Credete ancora a questi furfanti? Secondo me, dovete fare la deframmentazione del vostro cervello!– disse Bruno, che si era isolato sulla poltrona verde, con un giornale in mano e il gatto di Omero sulle ginocchia. Faceva finta di leggere, ma in realtà seguiva le mosse di Bettini e di Leo, e non perdeva d’occhio Charles. Se pensava alle precedenti escursioni atemporali di Lara, in cui erano state coinvolte anche Floriana e Marina, forse anche adesso si stava verificando la stessa cosa. Ma non era detto: non c’era scritto da nessuna parte che ogni cosa strana andasse ascritta a Lara Bettini. Bisognava stare vigili.
- Vai, è andata! – gridò Leo all’improvviso, vedendo che la stampante cominciava a funzionare e mandava fuori un foglio su cui i neri, i grigi e i bianchi davano forma al volto accigliato del Delfino. Lara osservava affascinata la figura che si stava componendo, e all’improvviso gridò: - Zio! Ragazzi! Ehi, guardate. Professore, Bruno, guardate! Anche tu, Luc.
Tutti seguirono sbigottiti ciò che Lara stava indicando.
Nel grande salone buio si elevava il brusio dei presenti; qualche dama lanciò dei gridolini, qualche cavaliere rise. La situazione parve nefasta al Delfino. Una cosa così non era mai capitata e quindi era portatrice di male. E perdipiù su quell’improvviso spegnimento repentino e totale di tutte le torce, il popolo avrebbe creato delle leggende. Figurarsi se si lasciava scappare l’occasione.
Lui la conosceva, la sua gente, e sapeva come in quegli anni fosse costume, presso molti popoli europei, mettere in burla qualunque cosa, qualunque avvenimento, in un misto di serietà e comicità che a lui non piaceva per niente. Aveva saputo che durante un assedio, davvero tragico e infinito, gli abitanti assediati avevano messo sul muro un asino, per prendere in giro il re Enrico d’Inghilterra (eppure quell’asino avrebbe potuto sfamare molte persone…). In un altro assedio, gli abitanti di Condé dissero ai nemici che non potevano arrendersi, perché erano impegnati: stavano preparando le frittelle di Pasqua. Durante un’altra situazione simile, intorno a una città diversa, gli assediati ricevevano con applausi e grida di scherno le bordate di cannone degli avversari.
E da parte loro, spesso gli assedianti costruivano, davanti alla roccaforte o alla città assediata, vere e proprie cittadine con tende a forma di castello, con gallerie e giardini, quasi a voler consolidare negli animi dei nemici la loro presenza, ma in modo non bellicoso.
Qui il Delfino ebbe una stretta al cuore: il pensiero non poteva non andare a Orléans, assediata dagli inglesi. E quindi alla situazione presente: lì, a pochi passi da lui, c’era (nel buio della sala) colei che poteva salvarlo, che poteva portarlo alla consacrazione, colei a cui lui avrebbe consegnato un esercito. La sua ultima disperata carta da giocare. Se solo lei lo avesse riconosciuto.
Occorreva che le torce fossero riaccese, e la cosa richiedeva del tempo.
- Pazientiamo, signori – disse un conte con voce tanto alta che impose il silenzio – tra poco la luce verrà ripristinata, e potremo ascoltare le parole della fanciulla.
- Io posso parlare anche al buio – disse Giovanna, stringendo gli occhi per indovinare nell’ombra chi avesse parlato, ma davanti a sé aveva solo un’indistinta e grigia folla di persone.
- I tuoi occhi dovranno essere fissi in quelli del Delfino – disse la voce.
- Sia rispettata la vostra volontà – rispose la ragazza, delusa. Con quel buio avrebbe potuto parlare al principe senza vederlo, e invece le era stato proibito. Le cose si mettevano male.
Il chiacchiericcio nella sala riprese, mentre Giovanna, in piedi, attendeva qualcosa da qualcuno.
Alphonse non sentiva più molto dolore alla gamba. Era sdraiato sul divano del salotto di casa Bettini e guardava quell’aggeggio che trasmetteva immagini e suoni. La moglie del dottore gli aveva detto che l’aggeggio, il televisore, a quell’ora mostrava solo gente che parlava di affari privati. Era più grande di quel piccolo aggeggio con cui aveva tranquillizzato Biancofiore. Si guardò attorno: la casa era piena di aggeggi, era tutto un aggeggio. Casa sua era diversa: piccola, giusto un paio di minuscole stanze che sarebbero state anche larghe nel salotto del dottore, finestre anguste, con un cucinino in cui sua madre si rigirava appena, e senza bagno (mica quell’ambiente di almeno sedici metri quadrati di cui si era servito lì, con un paio di tazze: per non sbagliarsi, le aveva utilizzate tutt’e due, quella più tonda e quella oblunga, un po’ più scomoda; eppoi c’erano aggeggi anche lì). A Domrémy, per i bisogni corporali si andava nel cortile, non seduti su una tazza o due (a scelta), ma accosciati su un fetido buco, appena celati da un muro di mattoni senza porta, col caldo e col freddo, con l’afa o col vento, con le mosche che assalivano le parti scoperte o i cani che venivano a fare compagnia. Le cose erano cambiate, nel futuro, anche da quel punto di vista.
Pensò a Luc e Charles. Di sicuro stavano tramando per portare a termine la loro missione in aiuto a Giovanna.
E la cosa gli faceva rabbia.
E non poteva stare lì a non fare niente.
Doveva giocare d’astuzia, doveva far credere al dottore e alla moglie che voleva dare una mano a Charles, riconoscendo che ormai la sua opera deviatrice non era più possibile. Una volta a contatto con tutta la banda di Lara, avrebbe cercato una maniera per ostacolare i loro piani, qualunque essi fossero.
Fece un lungo discorso concludendo con: - Ho sbagliato e so che non posso ostacolare il corso della storia. Andiamo da Omero, posso dare anche io il mio contributo. Se la cugina di Luc ha chiesto aiuto attraverso i secoli a vostra figlia, vuol dire che è guidata da un’entità superiore.
Bettini lo ascoltava perplesso: il discorso del ragazzo ferito sembrava sincero; aveva detto che la Francia non poteva mai diventare inglese, che lui aveva sbagliato a schierarsi coi borgognoni, che Giovanna d’Arco avrebbe meritato di portare a termine ciò che aveva iniziato per il bene della nazione eccetera eccetera.
Gloria non era convinta. Leggeva nelle parole di Alphonse una nota stonata, intuiva un piano furbesco, era sospettosa per quel cambiamento troppo repentino.
- Ti terremo d’occhio – gli disse.
- Vuoi dire che non mi credi? Davvero?
- Non una parola.
- Dottore, neanche tu?
- Bah, la gente cambia opinione, talvolta – disse Bettini – e d’altronde non possiamo tenerti sequestrato qui.
Fu deciso che sarebbero andati a casa di Omero.
Il breve viaggio fu silenzioso e pieno di tensione. I pensieri dei tre si aggrovigliavano nello stretto spazio dell’auto, si urtavano, si respingevano, si accostavano, si attorcigliavano, si arruffavano e, quando Bettini aprì la portiera, balzarono fuori con forza lasciando i tre, per un attimo, senza respiro.