Chi sono

Blogger: claudoelliott

Pubblicato a puntate a cura dell'Associazione Culturale Italia Medievale.

Claudio Elliott, nato a Griffith (Australia), ha vissuto a Firenze e Napoli; attualmente insegna lettere a Potenza (Basilicata). Autore di libri per l'infanzia per gli editori Le Monnier, Medusa, Rubino. Il romanzo Giovanna d'Arco: i lupi e il vento è ancora inedito e fa parte del ciclo di Lara Bettini (una ragazzina che entra in contatto con altre realtà - o queste entrano in contatto con lei). Gli altri libri della serie sono: Game over (mondo dei videogiochi), Le due vite di Aya (mondo azteco), Quattro parole dal passato (medioevo italiano, inquisizione), Il tesoro dei briganti (Italia post-unitaria), L'ultimo canto del faraone (mondo egizio). Tutta la serie di Lara Bettini è quindi in bilico costante - e pericoloso- tra presente e passato, con incursioni dei protagonisti in altri mondi. Altri libri di Claudio Elliott: Birillo alla scoperta del mondo, La poliziotta bionda e con gli occhiali, Mistero a New York (con lo pseudonimo di Alexander Moore).

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martedì, 07 febbraio 2006

capitolo quattordicesimo

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431). Immagine dallo spettacolo di Ilaria Drago


Un Delfino nascosto e un cavallo caparbio

Il Delfino, il giovane e scoraggiato principe, che stava trascorrendo l’inverno nella rocca di Chinon, aveva seguito il piano dei suoi consiglieri e si era mischiato tra i cortigiani, vestito come loro in modo elegante, ma non regale. Anzi, per trarre in inganno la contadinella, aveva fatto vestire in modo più vistoso un paio di nobili che, impettiti e con l’aria importante, sedevano sugli scranni.

Se quella ragazza vestita da maschio l’avesse riconosciuto, sarebbe stato un segno del Cielo, e avrebbe ascoltato la sua supplica. Ma se lei si fosse ingannata, cadendo nella trappola, allora lui l’avrebbe cacciata in malo modo e l’avrebbe fatta arrestare.

Vide che la ragazza era titubante: non sapeva chi fosse il Delfino, non poteva saperlo; in cuore suo era combattuto: da una parte sperava che la Pulzella lo riconoscesse, in modo da poter riporre in lei l’unica speranza di una vittoria (speranza per la Francia e per le finanze del regno e quelle personali); dall’altra sentiva un senso di inadeguatezza nel doversi affidare a una fanciulla, per quanto mandata dal Signore, quando lui aveva ai suoi comandi generali e soldati. Però questi ultimi si erano mostrati incapaci, inetti, a volte anche codardi[1] di fronte alle truppe inglesi e borgognone.

Quella ragazza andava dicendo che lo avrebbe guidato a togliere l’assedio a Orléans, lo avrebbe fatto consacrare re nella cattedrale di Reims, e andava ripetendo che erano i Santi a parlarle, le comparivano e la incoraggiavano in nome del Re del Cielo.

A lui rimanevano poche speranze, e lo sapeva. Era un principe senza corona. E senza soldi. Pochi giorni prima un calzolaio, dopo avergli messo ai piedi delle scarpe commissionate apposta per lui, appena sentì che il Delfino non poteva pagarle, gliele sfilò dai piedi e andò via infuriato, davanti all’imbarazzo di alcune damigelle e dello stesso principe.

Poi ci si era messo anche il cappellano, quello che lo aveva battezzato anni prima: era venuto a Chinon reclamando, a pagamento dell’antica cerimonia, quaranta libbre d’argento, compresi gli interessi, una cifra molto consistente, ma il tesoriere aveva in cassa solo quattro scudi, una vera miseria, e così il prete era andato via con le pive nel sacco e un senso di rabbia per quel sovrano su cui aveva un tempo versato l’acqua del fonte battesimale e su cui ora avrebbe voluto versare contumelie[2]. Non si era ancora rimesso da quella umiliazione, il Delfino, quando dovette ricevere a cena due suoi comandanti, e non poté offrire altro che una coda di montone e due magri polli.

Forse quella fanciulla era davvero la sua ultima spiaggia, e la osservava che avanzava timida e risoluta nello stesso tempo, e lui capì che la timidezza derivava dal fatto di non sapere a chi rivolgersi, la risolutezza derivava dalla giustezza e santità della sua missione.

Fu mentre pensava a queste cose che all’improvviso una folata di vento gelido entrò dagli ampi finestroni e spense le torce. Ora solo il camino illuminava la sala. La sagoma della ragazza era appena percepibile.

Biancofiore e Apollodoro erano senza padroni. Ne percepivano la presenza là dove i due avevano sepolto le spade, e brucavano l’erba dattorno in attesa del loro ritorno.

Poi, dopo qualche ora di solitudine in un posto che non conoscevano, dopo quell’inusuale assenza dei padroni, come se si fossero messi d’accordo si avviarono affiancati verso una casa tutta colorata, che era l’unica nelle vicinanze che attirasse la loro attenzione, nella speranza di trovare un essere umano e una stalla dove trovare altro cibo, acqua e un riparo per la notte. Dovevano solo passare su un ponticello.

Le automobili di Omero e Bruno si avvicinavano a casa di Omero ad andatura elevata. Luc li incitava a fare in fretta, in fretta, perché ormai Giovanna stava per cadere nel tranello, e solo loro potevano aiutarla.

- Sì – disse Lara – ma se anche vediamo quell’immagine sulla televisione di zio, se anche fosse il Delfino, come facciamo a dirlo a Giovanna?

- Questo è compito tuo – disse Luc.

- Mio? – chiese Lara, ma prima ancora di chiederlo sapeva che era così, sapeva che solo lei poteva risolvere la situazione in cui si stava cacciando Giovanna, solo lei ma con l’aiuto dello zio. Luc stava parlando: - Mi sembra logico che sia compito tuo. Tutto porta a te. Sei famosa, sai? Io ti conoscevo, e per questo mi sono rivolto a te. Io ho fatto in modo che le energie spirituali di mia cugina si rivolgessero a te. Non ci avevi mai pensato?

- Davvero?

- Ma certo. Ho letto di te su iscrizioni e documenti antichi.

- Ma cosa dici? Non sono poi così vecchia.

- Sì che lo sei.

Omero intervenne, mentre stava attento alla guida: - La vecchiaia è un termine relativo, cara la mia nipotina. Il tempo non esiste.

- Lo dico anch’io, questo – fece Luc, che poi aggiunse: - Tu sei una viaggiatrice.

Il termine piacque a Lara, ed era quello che meglio le si attagliava dopo le molte avventure che le erano capitate.

- Lo so, e ormai mi ci sono abituata, anche se non so spiegarmi come mai succeda.

- L’importante è che succeda – disse Luc.

- E quindi dovrò rivelare a Giovanna il volto del Delfino – disse Lara, riportando il discorso al concreto.

- Sì, e al più presto.

- Ecco – disse Omero – passiamo quel ponticello e siamo a casa mia.

- Meno male! – esclamò Luc, e mentre lo diceva si sentì sbalzato in avanti dopo un improvviso rumore sgradevole dovuto al blocco delle ruote del veicolo: - Che succede?

- Ho frenato. Due cavalli sul ponte – disse Omero – e non possiamo passare. Stanno fermi.

- Sembrano spaventati – disse Lara.

- Sono davvero spaventati – fece Luc – Non hanno mai visto né sentito rumori di motori o di frenate.

- Come fai a saperlo?

- Sono i cavalli di Charles e Alphonse.

Dietro di loro, frenando a balzelloni, si era fermata anche la macchina di Bruno, da cui scese di corsa Charles, che si avvicinò cautamente ai cavalli: sapeva che erano atterriti, lo vedeva nei loro occhi, e quindi doveva muoversi con circospezione. Un nitrito lo accolse. Un buon segno, quello: Apollodoro lo aveva riconosciuto.

Il cavallo non si fece pregare, ascoltò le dolci parole del suo padrone e si spostò dal centro del ponte. Charles lo legò al palo di un cartellone stradale. Leo era affascinato dalla bella bestia; mentre aiutava Charles ad annodare le redini di  Apollodoro al Divieto di sosta, ammirava la possanza dei muscoli, l’eleganza dei movimenti, l’intelligenza degli occhi: lui, che era appassionato di botanica e passava pomeriggi interi nella sua Grotta del pensiero a leggere riviste e libri che discettavano di fiori e piante, ora stava ammirando da vicino, con la mano sulla coscia muscolosa, con le dita che sfioravano il pelame liscio e raso, un ulteriore capolavoro della natura.

- Non avevo mai visto da così vicino un cavallo – disse a Charles.

- Davvero?

- Sì. Ne ho visti tanti, ma mai ho avuto un contatto così ravvicinato.

- Sono bestie meravigliose – disse Charles – e anche caparbie. Guarda Biancofiore: sta aspettando il padrone, ora che il suo amico Apollodoro ha incontrato il proprio.

Leo carezzava il manto vellutato dell’animale, fissando la schiena dell’altro: quello era il vero problema, il cavallo bianco.

- Dobbiamo fare presto – disse Luc a Leo, come a chiedere il suo soccorso – Giovanna deve riconoscere il Delfino tra pochi minuti, forse istanti.

- Dobbiamo spostare l’animale – disse Bruno, che gli si avvicinò con aria battagliera.

Sapeva che andare a casa di Omero era perfettamente inutile, sapeva che era tutta una buffonata, sapeva che quei due erano dei lestofanti, magari due postini licenziati in cerca di vendetta, sapeva che lo avevano infinocchiato con una storia che faceva acqua da tutte le parti (ridacchiò: acqua, cascata, ah, ah!), però ora era in gioco anche lui, e conveniva arrivare fino in fondo e andare da Omero per dimostrare la sua teoria e smascherare i due farabutti.

- Spostati – disse al cavallo.

- Non ti obbedirà mai, papà – disse Floriana. – Non con quel tono.

- Ah, no? Lo devo pregare?

- Pregando o minacciando – disse Luc, disperato – dovete fare presto, presto.

Biancofiore non si spostava. Immobile come la rocca di un castello, ingombrava la strada, e non era possibile che un’automobile transitasse: si era messo in modo da occupare tutto il ponticello (largo poco più di tre metri).

- Potremmo spaventarlo con le macchine, avvicinandoci e strombazzando – disse Marina.

- Va bene, tentiamo – disse Luc – ma facciamo presto.

Fu inutile. Le auto arrivarono rombando fino a sfiorare il corpo possente del cavallo, ma questi non si spostò di un millimetro. Ormai era chiaro a tutti: aspettava Alphonse.

Omero disse: - Ha una sua logica, il cavallo. Ha visto arrivare uno dei padroni, non il suo, e ora attende.

- Ma noi dobbiamo passare, dobbiamo passare, si fa tardi, Giovanna sarà già nel salone, starà avanzando. E non sa chi è il Delfino – disse sconsolato Luc.

- Calmati, Luc. Tu sai meglio di me che il tempo non è uguale nel suo scorrere. Qui scorre più velocemente che nel passato, o viceversa. Un paio di minuti per Giovanna possono essere un’ora per noi.

- O viceversa – ripeté Luc.

- Non abbiamo certezze, ma tu sei arrivato qui a deviare quella pallottola che poteva colpirmi facendo i tuoi calcoli, no?, mica per caso.

- Sì, è vero. In realtà abbiamo fretta, ma non in modo così esagerato. Ma prima facciamo meglio è – riconobbe Luc, che in quell’Omero riconosceva dei tratti della propria personalità: non era legato a schemi, a pregiudizi, ma gli piaceva sondare l’ignoto senza remore. E la nipotina Lara in questo gli era utile.

- Ho la soluzione – disse proprio lei. – Tra pochi secondi il cavallo si sposterà.

- Ringraziamo il cielo! – fece Luc, segnandosi.

- Il cielo c’entra poco – borbottò Lara. Corse da Leo, che si era seduto vicino a Marina  e Ricciardi, in macchina, aspettando gli eventi.

- Leo, vieni con me. So come far muovere il cavallo.

Il salone era piombato nel buio. La notte esterna non aiutava, perché non era luminosa. Il camino era grande: Giovanna calcolò che lei ci sarebbe stata in piedi e avrebbe potuto alzare un braccio senza toccare la sua volta annerita. Ed era altrettanto largo, e le fiamme vibravano svelte. Ma la sua luce non illuminava che una piccola porzione dell’ampia sala.

Quella folata di vento le diede il tempo di pensare e di rivolgersi ai suoi Santi per la consueta protezione e a Luc e Lara per la soluzione pratica: dovevano indicarle il  suo gentile Delfino, che si era evidentemente nascosto tra i dignitari proprio per metterla alla prova.

Quella folata di vento, accompagnata dal lontano ululato dei lupi, le diede un brivido.

E capì che lì era la risoluzione del caso.

Alphonse sentiva un dolore lancinante alla gamba. Non capiva ancora come era successo che il colpo, indirizzato al tipo coi baffi col nome greco, fosse finito nella sua gamba. Qualcosa aveva deviato il suo braccio, e lui si era trovato lì a terra.

- Come mai … cosa è accaduto … che mi fate?

- Buono. Ti sto fasciando. Ti sei sparato. Non hai dimestichezza con le armi moderne.

- Ah, certo che con l’Impavida non avrei sbagliato.

- Cos’è? – chiese Bettini, dando l’ultimo giro alla fasciatura.

- La mia spada. Impavida. Come me. L’avrei sfoderata e gli avrei sfondato il petto in un battere di ciglia, al signor Omero.

- A mio fratello? – chiese accigliato Bettini. Gloria si allontanò turbata: aveva raccolto la pistola, tenendola come fosse un topo morto, e la ripose in un cassettino della cucina.

- Non sapevo che fosse tuo fratello, ma la cosa non cambia: lui non deve aiutare Charles. E non deve permettere a Giovanna di portare a termine la sua missione.

- Beh, hai fallito. E sei anche ferito.

Alphonse ripassava la scena, fino al momento in cui il buio aveva preso il posto della luce e si era trovato lì col dottore che armeggiava con la sua gamba. Per un paio di minuti non parlò, osservando le mani che svolazzavano intorno alla gamba, con perizia.

- Come è…, cioè…, stavo per sparare e qualcosa mi ha colpito … Posso sollevarmi?

- Se ce la fai. Sì, stavi per commettere un omicidio, ma qualcuno è piombato nella stanza.

- Qualcuno? E da dove?

- Dal tuo tempo, credo – intervenne Gloria, che era rientrata con delle tazze di tè.

- Dal mio … dai, non scherzate. Ci siamo solo io e Charles, qui, per non so quale incantesimo.

- E chi lo ha fatto, questo incantesimo? – chiese Gloria, mentre gli serviva il tè.

- Luc – disse Alphonse, accostando le labbra alla bevanda.

Bettini sorseggiava anche lui il tè fumante, fissando il ferito negli occhi. Voleva che ci arrivasse da solo. Neanche Gloria parlava.

Alphonse fermò la tazza a mezz’aria, gli occhi fermi in quelli di Bettini, e chiese: - Luc?

- Giusto.

- Diamine, è sorprendente! Luc si è precipitato qui e mi ha deviato la mano?

- Sì.

- Luc? – Sembrava sempre più sorpreso.

- Così ha detto di chiamarsi.

Un suono squarciò l’aria. Alphonse ebbe un sobbalzo. Era una musica, e veniva dalla tasca del dottore.

- Il telefonino – gli disse Bettini. – Ah, è Lara. Guarda, è in questo piccolo schermo. Noi oggigiorno possiamo chiacchierare a distanza e anche vedere chi ci parla.

- Siete dei diavoli! – esclamò Alphonse con ammirazione. Il dottore accostò il telefonino all’orecchio.

- Papà, passami Alphonse. Il suo cavallo ostruisce la strada per andare a casa di zio, ma questo non glielo devi dire. Fallo mettere chiaramente davanti al telefono e digli di parlare al cavallo, di dirgli parole dolci. Fagli capire che è agitato e che le sue parole possono calmarlo. Io metto il mio videofonino davanti al suo muso. Così vede il padrone, lo sente, si rilassa e noi passiamo.

Geniale, pensò Bettini, sempre più orgoglioso di sua figlia.

- Geniale – disse Omero, sempre più orgoglioso di sua nipote. Lui non ci avrebbe mai pensato. Le scoccò un bacio sulla guancia, lei gli rispose con un occhiolino.

- Alphonse – disse Lara – mi vedi? Ecco, ascoltami con attenzione. Charles ha trovato i vostri cavalli, non ti agitare, Apollodoro si è tranquillizzato, ma il tuo Biancofiore no. Non pensare alla missione, ora, anche perché mi pare che tu sia un po’ impedito nei movimenti, ecco, è così, e noi siamo lontani. Però puoi rassicurare il tuo cavallo. Sì, gli metterò lo schermo del telefonino davanti agli occhi e gli farò sentire la tua voce. Cosa? Credi che abbiamo uno scopo nascosto, per fregarti? No. L’unico scopo è di allontanare Biancofiore dalla strada prima che arrivi il capitano della polizia e gli spari. Sai che quello non ci pensa due volte, prima di … Certo che ha un’altra pistola, vuoi che ne abbia una sola? Fai presto, ho visto il capitano andare verso la macchina per prendere l’arma.

La cosa fu più semplice del previsto. Il cavallo sentì la voce del padrone, vide o intravide l’immagine di Alphonse e seguì Lara, che si spostava col telefono, come se lei tenesse un guinzaglio. Appena si formò un varco sufficiente, le macchine sfrecciarono verso casa di Omero.

Biancofiore, ormai tranquillo, si era fermato oltre il ponte, e brucava l’erba, legato come Apollodoro a un palo. Quello del divieto di sosta.


[1] Codardi: vigliacchi.

[2] Contumelie: ingiurie, cattive parole.

postato da: italiamedievale alle ore 10:02 | link | commenti
categorie: capitolo quattordicesimo