Chi sono

Blogger: claudoelliott

Pubblicato a puntate a cura dell'Associazione Culturale Italia Medievale.

Claudio Elliott, nato a Griffith (Australia), ha vissuto a Firenze e Napoli; attualmente insegna lettere a Potenza (Basilicata). Autore di libri per l'infanzia per gli editori Le Monnier, Medusa, Rubino. Il romanzo Giovanna d'Arco: i lupi e il vento è ancora inedito e fa parte del ciclo di Lara Bettini (una ragazzina che entra in contatto con altre realtà - o queste entrano in contatto con lei). Gli altri libri della serie sono: Game over (mondo dei videogiochi), Le due vite di Aya (mondo azteco), Quattro parole dal passato (medioevo italiano, inquisizione), Il tesoro dei briganti (Italia post-unitaria), L'ultimo canto del faraone (mondo egizio). Tutta la serie di Lara Bettini è quindi in bilico costante - e pericoloso- tra presente e passato, con incursioni dei protagonisti in altri mondi. Altri libri di Claudio Elliott: Birillo alla scoperta del mondo, La poliziotta bionda e con gli occhiali, Mistero a New York (con lo pseudonimo di Alexander Moore).

Consigli per la lettura: i capitoli vengono inseriti settimanalmente, quindi in home page troverete sempre il capitolo più recente. Per iniziare la lettura da qualsiasi capitolo basta cliccare nella banda di sinistra sul capitolo desiderato nelle Categorie.

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domenica, 27 novembre 2005

capitolo quarto

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431) dal film di Luc Besson (1999).


Cavalli e duelli

Il cavallo era sudato e dalle sue froge uscivano sbuffi di vapore. Il cavaliere si fermò nel bosco, dove aveva visto una piccola radura concava dominata da una fontana di pietra: un buon abbeveratoio per l’animale.

Aveva fatto il suo dovere. Non era stata poi una gran fatica, se non per il cervello; ma durante tutto il viaggio aveva avuto l’impressione di essere seguito, il che era del tutto impossibile perché lì non lo conosceva nessuno, era lontano miglia e miglia da casa, secoli e secoli. Però la forte sensazione di avere qualcuno alle calcagna non lo abbandonava.

Ora doveva riposare il corpo e la mente: quest’ultima in modo particolare, perché essere proiettato avanti nel tempo di seicento anni non era una cosa facile da digerire. Era tutto cambiato: le case, le strade, la gente. Le strade lo avevano colpito molto, perché lui era abituato a viottoli sterrati, polverosi o fangosi, qualche volta pavimentati con grosse lastre di pietra; invece lì erano strade dure, con un lungo tappeto nero che sembrava non finire mai, percorse da rumorosi insetti su quattro o due ruote, con cui uomini o donne di tutte le età percorrevano in pochi istanti lunghe distanze; sembrava gente poco felice, poco sorridente, poco cordiale. Magari tra quella gente c’era anche qualche suo pronipote, figlio pronipoti di pronipoti andati via dalla Francia e approdati in Italia.

Anche le case (alcune alte, altre basse, con tante finestre e porte) erano diverse da quelle del suo tempo, che erano di pietra, col tetto spiovente per impedire alla pioggia o alla neve di creare umidità, circondate da piccoli giardini. A Domrémy erano tutte uguali, piccole e accoglienti, con quell’odore di verdura cotta che ti accoglieva la sera quando rincasavi.

Qui, invece, a proposito di odori, sentiva nelle narici il disgustoso puzzo che usciva dal retro di quei gusci su ruote: lezzo di fumo acre.

Le indicazioni che gli erano state date erano state precise, aveva fatto il suo dovere, anche se non sapeva la ragione di quella consegna di una missiva[1] in un tempo diverso dal suo. A che poteva mai servire una lettera recapitata dopo secoli? Era una cosa che andava oltre il suo comprendonio.

Quando Luc gli aveva affidato l’incarico, a lui che faceva il messo tra i villaggi vicino a Domrémy, a lui che non si era mai spinto neanche oltre la Mosa per paura di incontrare gli inglesi o i loro alleati Borgognoni; quando gli era stato affidato l’incarico, per poco non era caduto dalla sedia. Poi si era risistemato e aveva guardato negli occhi il ragazzo, Luc Lassois.

- Vuoi ripetere, scusa?

Luc lo aveva fissato e gli aveva ripetuto: - Charles, amico mio, devi consegnare la lettera di mia cugina, Giovanna.

- Questo l’ho capito. Il seguito mi è poco chiaro.

- 2005.

- È un numero civico?

- No, è una data.

La ripeté chiaro, sillabando: du-e-mi-la-cin-que, poi aggiunse: - Tra seicento anni.

Questa volta Charles, che era già in equilibrio precario, cadde del tutto dalla sedia, poi si rialzò spolverandosi i vestiti, e balbettando: - Vu … vu …vuoi dire nel futuro?

- Esatto, mio caro Charles. La cosa ti sconvolge?

Charles si riaccomodò: - Beh, diciamo che non mi lascia indifferente. Qui si fa fatica a consegnare i messaggi nel presente, tra orde di assassini, guerrieri, saccheggiatori. Hai detto tra seicento anni? Ho capito bene?

- Sì, hai capito bene.

- Mm, come ci arrivo?

- Ti ci manderò io.

Charles si guardò attorno. La stanza era piccola e poco illuminata da una finestrella alta con le grate; carte e pergamene rilegate sulla tavola, sugli scaffali che rivestivano completamente le pareti, e anche a terra, confermavano la fama che aveva Luc di essere un ragazzo studioso, per la qual cosa era molto chiacchierato in paese.

- Sai di magia? – gli chiese, temendo la risposta.

- Sì. È un segreto che ora conosci anche tu.

- Mi avevano detto che eri strano – affermò Charles, fissandolo.

- E di te mi hanno detto che hai debiti di gioco – affermò Luc di rimando, fissandolo a sua volta.

- La gente mormora – borbottò Charles a disagio.

- Anche troppo. Ma io te li posso pagare tutti.

- Tutti?

- Sì.

Ci fu un attimo di silenzio. La sedia era davvero scomoda.

- Se vado nel futuro.

- Infatti.

- Tutti?

- Sì.

- Mm.

- Ti darò indicazioni precise, naturalmente. Questa persona a cui darai la lettera dovrà aiutare mia cugina a salvare la Francia.

- Non basta San Michele Arcangelo?

- Gli ci vuole una mano, al santo, e ...

Non finì la frase ma saltò in piedi bisbigliando: - Ehi, senti niente?

- No, perché? – chiese Charles anche lui sussurrando.

Luc aveva un’aria allarmata: si avvicinò quatto alla porta di casa e la spalancò all’improvviso. Non c’era nessuno, ma gli parve di vedere un’ombra tra le ombre delle siepi. Non poteva esserne sicuro. Lanciò un sasso. Aspettò un movimento, che però non giunse. Rientrò scuotendo la testa.

- Ci ha sentiti qualcuno? – chiese Charles, a cui tutta la questione già non piaceva, e un testimone sarebbe stato davvero fastidioso.

- No, nessuno. Un gatto.

- Meno male. Allora: come faranno dal futuro ad aiutare Giovanna nel passato? – chiese Charles, rendendosi conto dell’assurdità della domanda.

- Non esiste passato, non esiste futuro. È tutto presente. Vedi, la realtà è su piani paralleli, uno sopra, uno sotto, un altro ancora sotto. Come i cassetti di un comò.

Indicò l’unico che c’era nella stanza.

- Davvero? – chiesero gli occhi spaventati di Charles, che si stava chiedendo in quale cassetto fosse in quel momento, e in quale sarebbe stato poi.

- Se te lo dico io che ho studiato … Tu hai studiato?

- No. So a malapena fare la mia firma.

- Allora fidati. Basta bucare i piani paralleli, i cassetti, e tutto si risolve.

- La fai facile. E come li buchi?

- Questo è compito mio. Come quello di pagarti i debiti di gioco.

- E se non accetto?

Luc lo guardò fisso negli occhi: conosceva la situazione finanziaria di Charles, sapeva che ormai aveva esaurito ogni tipo di prestito possibile, sapeva che era nelle mani degli usurai[2] e che doveva pagare interessi altissimi.

Gli chiese: - Puoi non accettare?

Charles abbassò gli occhi; rispose a fior di labbra: - Diavolo, no. Devo stare alla tua proposta.

- Allora, questo è il denaro – gli consegnò un sacchetto di monete – per i due usurai che ti stanno spennando e per i tuoi amici che ti hanno fatto i prestiti. Avanzerà qualcosa, e te la tieni.

Charles allungò la mano, poi la ritrasse. Era pieno di dubbi, però quella generosa offerta lo tentava oltre ogni dire; sì, poteva togliersi i debiti, ma se la magia non avesse funzionato? Se qualcosa fosse andato storto? Se …

- Sei tormentato dalla riuscita dell’impresa?

- Ehi, che fai? Mi leggi nel pensiero? Vabbene, sì; non ho garanzie che la cosa funzioni.

- Hai un sacchetto di monete sonanti.

- Con queste mi tolgo dagli impicci, sì, senz’altro, e ti ringrazio. Non puoi chiedermi altro, in cambio? Fare lo sgambetto al sindaco, che so, sfilare il portafoglio al curato, magari fare uno scherzo alle suore … Sai, andare nel futuro, consegnare la lettera … E se poi non torno?

Luc assunse un tono duro quando gli rispose: - Sei un giocatore, e dovresti conoscere una parola.

- Ne conosco tante.

- Quella più importante, che poi è l’anima del giocatore.

- Quale?

- Rischio.

La parola uscì dalle labbra di Luc, si fermò nell’aria e pervase la stanza con la sua presenza fisica.

- La conosco, eccome se la conosco – disse, dopo un po’, Charles.

- E allora fa’ conto che sia tutto un gioco, in cui hai già vinto in partenza – e nel dire questo Luc aprì il sacchetto e gli mostrò le monete – e il seguito della partita è nelle mie mani. Certo, un po’ di rischio c’è, ma puoi fidarti, no?

- Sì, però …

- Non ci sono però. Dobbiamo fare presto. L’assedio a Orléans avverrà tra tre anni, e Giovanna avrà bisogno di aiuto. Ci penserà un’altra ragazzina, Lara.

- Ah, dunque abbiamo tre anni di tempo – disse Charles, sollevato. Si appoggiò alla spalliera della sedia, abbracciò quella vicina col braccio destro e allungò i piedi. Guardò con aria insolente il comò. La voce di Luc lo fece sobbalzare: - No. Il futuro non esiste, ricordi?

- Ah già, i piani paralleli. Chi è Lara? – chiese Charles, riacquistando una certa compostezza.

- Una ragazzina che coglie i messaggi dal passato, che le arrivano con una sorta di contatto telepatico[3].

- Molto chiaro – disse sarcastico Charles.

- Chiaro o no, è così. Lo vuoi il denaro, allora?

Charles si alzò dalla sedia, che stava diventando uno strumento di tortura. Guardò quello strano ragazzo ancora imberbe che gli aveva fatto una proposta che andava oltre ogni logica. Ma lui era un giocatore, lui conosceva la parola rischio. Tese la mano, Luc gliela strinse.

- Ci vediamo fra poco giù alla Mosa, diciamo appena dopo il tocco della campana. Ti indicherò la strada per il futuro.

- Giù al fiume? – chiese, scettico, Charles.

- Certo.

- Io ci vado spesso, ma non l’ho mai vista, questa strada per il futuro.

- Basta cercarla. E ora vai. Devo scrivere la lettera.

A questa affermazione, Charles spalancò gli occhi per lo stupore: - Come? Tu scrivi la lettera?

- Eh sì, Giovanna non sa scrivere. La detterà a qualcuno, fra tre anni.

- E tu sai già cosa dirà?

- Per filo e per segno. La dovrò scrivere con grafia chiara e leggibile, il che non è facile. La nostra scrittura non sarà molto comprensibile, tra seicento anni. Beh, ancora qui?  Va’ a saldare i tuoi debiti. E non fermarti a giocare.

Charles, frastornato da ciò che aveva sentito e anche da ciò che lo aspettava, ma consolato dal peso delle monete, uscì, e nell’avviarsi verso il suo cavallo ebbe la precisa impressione che qualcuno si nascondesse dietro la siepe. Si fermò allarmato, la mano sull’impugnatura del pugnale. Poi si ricordò che Luc gli aveva detto che era un gatto, fece spallucce, montò sul cavallo per andare verso la casa del primo usuraio.

Ricciardi arrivò da Lara prima di Omero. Quel giorno non aveva lezione, aveva poltrito fino alle dieci. Zip lo accolse con veloci linguate sulle mani che lo accarezzavano.

Si rigirava la lettera tra le dita, osservandola con ammirazione, stupefatto. Di documenti del genere, all’università, ne aveva visti e studiati molti. Se si trattava di un’imitazione, era un vero capolavoro. La pergamena sembrava autentica; l’inchiostro usato aveva un aspetto e una colorazione antichi; il tipo di grafia, sicuramente medievale, era abbastanza chiaro e infantile; il latino era approssimativo ma tipico del Quattrocento, epoca in cui i dialetti si infilavano come spilli nella morbida lingua ufficiale.

- Ben fatta, come contraffazione – disse, ma lui stesso era poco convinto di ciò che aveva detto.

Lara lo conosceva bene, e dal suo tono capì che mentiva; così lo contraddisse: - Credo che sia autentica. E lo crede anche lei.

- Ha detto che non lo è - intervenne Gloria, che aveva appena portato una tazza di caffè. Lui si servì, senza staccare gli occhi dalla pergamena.

- Non sono un esperto. Ho studiato cose del genere all’università, e questa mi riporta a quel periodo. Diciamo che sembra vera -. E diede una certa enfasi alla parola sembra. Gloria, che esaminava il documento alle spalle di Ricciardi, scuoteva la testa: - Per me è uno scherzo fatto a Lara da qualche compagno: ormai tutti sanno che lei ha questi contatti con altre realtà, e la vogliono prendere in giro.

- Può darsi – ammise il prof – ma dev’essere un compagno che ha diverse grandi qualità.

- Davvero? – chiese Lara. Erano nel salotto di casa, che era il suo secondo regno dopo la cameretta celeste. Le piaceva, così grande e arioso, coi finestroni che davano sul giardino.

Notava un interesse nuovo sul viso del professore, così si accomodò meglio sul tappeto, a gambe incrociate, con un cuscino a riempire il vuoto tra le ginocchia.

- Beh, ecco – disse Ricciardi, e sollevò la lettera, come a mostrarla meglio a Lara e Gloria, ma anche per esaminarla meglio lui stesso – innanzitutto la pergamena è imitata straordinariamente bene. Se il compagno di cui sospetta tua madre è così bravo, mi complimento con lui. Queste fibre che si vedono controluce sono praticamente impossibili da imitare.

- Poi?

- Il testo. Non parlo del significato, che vediamo dopo. Il latino utilizzato.

- Mi pare tutto un po’ sbagliato, non so, sgrammaticato, ecco – osservò Gloria, che segnalò col dito i numerosi errori.

- Brava. Proprio così. Ed è geniale.

- Se sbagliare il latino è geniale, io ero Einstein[4] a scuola. Fioccavano i tre e i quattro – disse Gloria. Il professore sorrise, e precisò: - No, non è un latino sbagliato. È un latino medievale che risente da tempo degli influssi dialettali, infarcito di termini francesi antichi, e nessun ragazzo lo saprebbe fare. Anzi, non lo saprebbe imitare quasi nessuno.

- Solo qualche studioso – disse Lara.

- Ecco, appunto. Ma davvero abile. E da queste parti non ce ne sono. E ora, parliamo del significato. Questo ipotetico compagno dalla bravura così eccezionale è anche un profondo conoscitore della storia della Francia di inizi Quattrocento.

- Non ho amici così colti – disse Lara – I miei compagni sanno sì e no che il Quattrocento viene dopo il Trecento.

- Hai detto bene – confermò Ricciardi.

Gloria prese la lettera, la rilesse con attenzione e segnalò a Ricciardi una frase: - Ho capito bene? È proprio lei?

- Se abbiamo capito la stessa cosa, sì.

Leo aveva ascoltato in silenzio, e non poteva essere altrimenti: era impegnato a mangiare un panino gigante imbottito di calorie, proteine, carboidrati, in un insieme che a Lara sembrava catastrofico. Si pulì la bocca con la mano e disse: - Traduciamola.

- Il tovagliolo – gli disse Gloria, al che lui tirò fuori il fazzoletto dalla tasca e se lo passò sulle labbra.

- Traduciamola, sì – ribadì Ricciardi – Datemi carta e penna.

- Si ferma a pranzo da noi? Ora viene anche Omero – lo invitò Gloria, avviandosi in cucina.

- Volentieri. Cosa prepara di bello?

- Spezzatino con patate e carote.

- La cosa più buona del mondo – commentò Leo, che nel frattempo aveva preso un blocchetto e una penna.

- Ogni cosa che cucina mamma è la migliore del mondo, per te – gli disse Lara.

- Le lenticchie no.

- Beh, la famosa eccezione – disse Lara.

- Ehi, non cominciate senza di me – fece Gloria dalla cucina – Metto le patate e sono da voi.

In quello stesso istante si precipitò in casa zio Omero.

- Ah, siete già al lavoro.

Lara gli si buttò al collo, gli stampò un bacio sulla guancia, mentre Leo gli faceva posto sul divano raccontandogli in breve ciò che aveva detto Ricciardi.

- Beh – fece alla fine Omero tirando fuori la busta che aveva ricevuto – la mia lettera è altrettanto misteriosa. Ha le stesse caratteristiche della vostra, devo dire.

- Mettiamoci al lavoro – disse Ricciardi, prendendo la seconda lettera e osservandola, poi la posò sotto la prima – Ah, mi servono un vocabolario di latino e uno di francese.

Il familiare rumore di una macchina scalcagnata indicò al gruppo una presenza amica: era venuto Bruno, capitano della stazione di polizia, insieme alla figlia Floriana.

- Si studia? – chiese dando una fugace occhiata alla tavola su cui erano le due pergamene, un blocchetto e una penna; prima di ottenere una risposta e dopo aver dato una pacca sulla spalla di Omero e Ricciardi, aggiunse: - Vi lascio Floriana, che non si sentiva di andare a scuola. Devo scappare. Sapete, la gente è impazzita. Nel mio lavoro ne ho viste tante, ma questa è nuova. Pensate: c’è stato un duello.

- Un duello? – chiesero più voci all’unisono.

- Già. Sembra strano anche a me. Roba d’altri tempi, no?

- Un duello di quelli che si vedono nei film – chiese Leo – con i padrini, le pistole, spalla a spalla, fate dieci passi, voltatevi e sparate?

- Non proprio. Un duello a colpi di spada.

- Romantico – disse Floriana.

- Spade medievali? – chiese Lara. Bruno si voltò verso di lei, meravigliato per la domanda.

- Medievali? – chiese di nuovo Lara.

- Sì. Come fai a saperlo? Ti è già arrivata la notizia?

- No, solo un’intuizione.

- Abbiamo ricevuto delle lettere apparentemente antiche, in latino – spiegò Omero – e Ricciardi e io abbiamo anche visto qualcuno vestito con abiti di foggia medievale.

- Questa  proprio non la sapevo – saltò su a dire Lara.

- E un cavallo – aggiunse Ricciardi.

- Non proprio – disse Omero, al che Ricciardi chiese, alzando un sopracciglio dubbioso: - Era un ippopotamo?

- No. Ma abbiamo visto due cavalli diversi; e due cavalieri diversi – precisò Omero, spiegando che quello che aveva visto lui era bianco, non baio. Ricciardi parve sorpreso e si aggiustò gli occhiali.

Bruno li guardò: era la solita combriccola, a cui mancava solo Marina; e se erano lì tutti riuniti, davanti a lettere su pergamena scritte in una lingua antica (e quindi misteriosa, per lui che masticava a malapena l’italiano) qualcosa bolliva in pentola. Se a questo si aggiungeva il sogno di sua figlia, significava che i prossimi giorni non sarebbero stati tranquilli. Bisognava mettere le cose a posto.

- Dunque – cercò di argomentare con calma, come se parlasse a una scolaresca non del tutto brillante – dunque: avete visto due cavalli. Non c’è mistero. Ora, ragionate con me. Viviamo in una cittadina di montagna circondata da campagne, no?

Tutti fecero di sì con la testa.

- Nelle campagne vivono anche dei quadrupedi.

Tutti annuirono di nuovo.

- Mucche, pecore, capre e maiali. Cani – e indicò Zip, che si era accucciato ai piedi di Lara.

Le teste confermarono.

- E quelli più grandi che scalpitano e nitriscono, con gli zoccoli e la criniera …

- Sì – dissero in coro.

- Ecco, quelli si chiamano cavalli – concluse, fissando gli occhi imbambolati del suo uditorio.

- Ma no!

- Vederne due o anche tre o anche dieci non vuol dire niente. È vero che non è frequente che vadano in giro per le strade, ma può capitare.

- Quelli che abbiamo visto erano più grossi dei nostri, ed erano cavalcati da cavalieri bardati in modo inconsueto – disse Ricciardi.

- Se andate in un maneggio, vedrete come vestono gli appassionati di ippica.

- Era un abbigliamento medievale – fece notare Omero.

- Qualche festa paesana – disse Bruno, che si avviò alla porta – Beh, non vi fate venire grilli per la testa. Mi aspettano i duellanti.

- Con le spade medievali – gli fece notare Lara.

- Una coincidenza – concluse Bruno, sparendo verso la macchina.

Lara sapeva che non era così e scosse la testa.


[1] Missiva: lettera, messaggio (in fondo il lavoro di Charles era quello di messo, che corrisponde grosso modo a quello di postino).

[2]  Usuraio: Persona che presta dei soldi facendoseli poi restituire con interessi molto alti.

[3] Contatto telepatico o telepatia: è la trasmissione a distanza di pensieri e sensazioni.

[4] Einstein: il massimo genio matematico e fisico del 20° secolo.

postato da: italiamedievale alle ore 18:09 | link | commenti
categorie: capitolo quarto