Romanzo inedito per ragazzi di Claudio Elliott.

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431) messa al rogo L'accusa per cui fu giustiziata a Rouen il 30 maggio 1431 fu eresia e stregoneria. Miniatura francese del XV secolo.
Il viale di foglie gialle
Giovanna uscì sul viale giallo di foglie, ansimando e annaspando nell’aria. Aveva scavalcato la staccionata di legno e si era allontanata dal giardino di casa, e percorreva la strada col cuore in affanno, le gambe in affanno, il cervello in affanno, il mondo in affanno.
Ma più si lasciava alle spalle metri di strada e di tappeto autunnale, più sentiva dentro di sé quella presenza; più si allontanava dal legno marcio della staccionata, più le sembrava di essere ancora al di là, tra le grasse zolle umide del giardino.
- Posso scappare quanto voglio si disse, fermandosi, le mani poggiate appena al di sopra delle ginocchia, la schiena curva, il petto ansante, posso scappare quanto voglio, ma non riesco a liberarmi di questa presenza.
Da sotto il braccio sbirciò la strada alle sue spalle: non l’aveva vista nessuno, e nessuno la seguiva. Si calmò, prese fiato e pensò che non poteva fuggire senza sosta e senza mèta. Era il caso di tornare indietro.
Gli stivali erano pesanti per il fango, le grosse calze di lana erano umide: mentre correva a perdifiato poco prima, non si era accorta di come questi indumenti la ostacolassero. Ora, invece, le davano fastidio. E allora fece una cosa che una ragazza di tredici anni non faceva mai per strada: si tolse le calze e le scarpe. Le foglie formavano un tappeto uniforme, e così proteggevano i piedi di Giovanna.
Cercava di non pensarci, a quello che era successo, cercava di soffermare il pensiero e l’attenzione su altro, avrebbe voluto contare le mucche nei campi o gli uccelli nel cielo, o i pali dei recinti che richiudevano i terreni, ma il suo cervello si rifiutava: ritornava sempre a quei pochi attimi vissuti poco prima.
- Figurati se papà o mamma mi credono disse, quando ormai era di nuovo all’ingresso di Domrémy, il suo villaggio, e intravedeva il tetto della sua casetta, a pochissima distanza dalla chiesa. Non ci credo neanch’io che l’ho vissuta, questa esperienza. Eppure qualcuno mi deve credere. Ma chi?
Si fermò e si rimise le calze, ancora umide.
- Hai le gambe più magre di quelle di una gallina disse una voce maschile alle sue spalle. Sussultò tanto forte da cadere a terra; cercava di coprirsi il più possibile con la lunga gonna e con le mani.
- Non sarai mai una donna disse la stessa voce. Lei la riconobbe: era quella di suo cugino Luc. Allora si rialzò e continuò a rivestirsi rivolgendosi a quell’ombra nascosta dietro un albero: - E tu, sarai mai un uomo, Luc? Hai diciassette anni e non un filo di barba.
- Ah, mi hai riconosciuto, cuginetta.
- Come al solito compari all’improvviso.
- Tu sai che ho poteri singolari.
- Esci allo scoperto, allora, senza scherzi, e facciamo una corsa fino a casa, se hai coraggio. Fammi rimettere gli stivali … anzi, no, senza stivali. E poi, in quanto all’essere donna, dammi tempo.
Il cugino si mostrò, uscendo da dietro l’albero.
- Ti ho vista che correvi come un’invasata. Hai visto il diavolo?
- Non dire quella parola, sciocco sussurrò lei, guardinga. Sapeva quanto poteva essere pericoloso.
- Non ci sente nessuno.
- È lo stesso, non si nomina disse lei sempre con tono basso, facendosi il segno della croce. Poi, a voce alta: - Allora, fino a casa mia? Ti do una decina di passi di vantaggio.
- Ma sarai stanca, ho visto che hai interrotto la corsa e stavi camminando, sento che hai l’affanno.
- Pensa a te. Hai paura di perdere di nuovo? lo provocò Giovanna.
- Paura di te? Ti faccio vincere per non sentirti frignare.
- Non frignerò se perdo. Ehi lo ammonì Giovanna senza le tue magie, però.
- Sarò onesto la rassicurò lui.
Lui la precedette di pochi passi, alto e goffo. Iniziò a correre, ma dopo poco sentì il passo leggero sulle foglie e il respiro di Giovanna e si vide sorpassato dall’esile cuginetta tredicenne, intravide la sua linguaccia, cercò di accelerare ma si accorse ancora una volta che era impossibile starle dietro: era un vera cerbiatta.
Passarono veloci davanti all’osteria, poi entrarono nella stradina dove abitava Giovanna.
Davanti alla porta della casa, lei si era già seduta infilandosi gli stivali e lui arrivò di buon passo, senza più correre.
- Davvero, cugina: da cosa fuggivi prima? Non ti avevo mai vista così spaventata.
- Giocavo rispose lei, elusiva.
- Giocavi? Con le ombre? Mica c’era qualcuno che ti dava fastidio?
- Nessuno. Ero sola.
- Giurerei che eri sconvolta.
Giovanna non rispose. Avrebbe voluto dirgli quello che le era successo; Luc era in fondo il suo unico amico, si conoscevano dalla nascita, e anche se aveva quattro anni più di lei lo sentiva molto vicino. Era un po’ imbranato nella corsa e nel gioco dei dadi, però era un attento ascoltatore dei sogni che lei gli confidava, spesso seduti sul gradino della casa o sul muro presso la stalla. Luc, da parte sua, le raccontava storie e leggende della Francia, le parlava della guerra, di strani personaggi profetici che percorrevano la nazione in attesa di qualcuno che la liberasse dagli inglesi. Poi le aveva accennato anche a certi suoi studi misteriosi, di cui era meglio non parlare in pubblico. Quando sei più grande ti farò vedere, le diceva.
Gli aveva chiesto di insegnarle a leggere, ma lui rimandava sempre. Sei troppo piccola, diceva. In realtà, per qualunque cosa diceva che era troppo piccola. Una volta gli aveva detto che voleva andare a combattere contro gli inglesi, e si aspettava che questa volta lui rispondesse che non poteva perché era femmina; invece lui aveva risposto, di nuovo: - Sei troppo piccola.
E questo era stato pochi mesi prima.
Ora, dopo quello che le era successo, gli voleva chiedere un’altra volta di insegnarle a leggere per capire qualcosa in più sui misteri della vita, ma ebbe paura della solita risposta.
E poi: il cugino le avrebbe mai creduto? E se non lo faceva uno che la amava dal giorno della nascita, potevano mai crederle i grandi, così disincantati e attaccati alla realtà quotidiana? Il papà, la madre, i fratelli, lo zio, il prete?
- Allora, cugina, da che scappavi?
- Dalle ombre disse lei, entrando in casa e congedandolo: - Ci vediamo domani.
Ombre. Ecco, quello doveva essere stato. Si era spaventata per delle ombre.
Anche se parlavano. Ed erano luminose.
Si inginocchiò e recitò il Pater Noster.
Nell’osteria di Domrémy, presso il ruscello delle tre fontane, il vociare impediva alla ragazza del banco di capire gli ordini dei clienti. Si metteva una mano all’orecchio, stentando a capire l’ordine che l’avventore urlava con quanto fiato aveva in gola.
I tavoli erano tutti occupati, a quell’ora. Mezzogiorno era passato da poco, e la luce che filtrava dalla porta e dalla piccola finestra dava un’atmosfera calda, che a lei piaceva e che si mischiava agli odori della cucina. La ragazza aveva notato che lì dentro lei stessa e anche molti clienti si dimenticavano delle preoccupazioni quotidiane di quel piccolo paese, alle prese con la guerra, le razzie[1], le lotte tra i vari signorotti e, come se non bastasse, la peste.
Ad un tavolo vedeva come al solito Jacques, il padre della sua amica Giovanna. Rubizzo, tarchiato, stava discutendo col cognato. Davanti a loro un’ennesima bottiglia di vino rosso. Jacques non si ubriacava mai, perché ormai era diventato una persona importante, aveva comprato delle piccole proprietà e lo chiamavano per rappresentare il villaggio presso i signori del posto: non voleva perdere la stima dei concittadini per un bicchiere di vino in più.
Lui e il cognato facevano parte dei pochi clienti che non andavano lì per distrarsi; anzi lì intavolavano lunghe discussioni.
L’argomento era, come sempre, la guerra[2]. Lei ne aveva fin sopra di capelli di Carlo VII, degli inglesi, del previsto assedio a Orléans. Ne aveva fin sopra i capelli delle lamentele su Henry d’Orly, che aveva saccheggiato e terrorizzato il villaggio pochi mesi prima.
A lei piacevano i fatti, non le parole. Quando si erano avvicinate le bande di Henry d’Orly, chi aveva difeso il paese? Nessuno. Lei se lo ricordava bene: solo dopo che il brigante aveva saccheggiato ogni casa e radunato in un’unica mandria il bestiame di Domrémy e di un paese vicino, andandosene impunito con carri e carri di provviste alimentari, solo allora gli abitanti dei due villaggi si erano rivolti al conte de Vaudemont. Il bottino era stato in gran parte recuperato, ma l’offesa subita dai cittadini non sarebbe mai stata ripagata.
Eccoli lì, gli uomini: si appassionavano, ognuno diceva la sua, ognuno proponeva un’ipotesi di soluzione per la guerra, ed il tutto era condito da bestemmie contro l’Inghilterra e il duca di Bedford, reggente del trono in nome del re Enrico VI, che aveva appena sei anni. A questi improperi si contrapponevano gli entusiastici evviva a favore del Delfino Carlo VII[3].
Chiacchiere.
- Solo un miracolo ci può salvare da quei maledetti inglesi diceva il cognato, e non era la prima volta che esprimeva quell’idea durante la conversazione.
- Un miracolo? Un intervento divino, intendi? chiese il padre di Giovanna: il suo tono ostile era accentuato dagli occhi pesanti e arrossati: da un po’ non dormiva più bene.
- Sì, un miracolo, visto che i nostri eserciti sono incapaci.
- Macché incapaci. Dobbiamo aspettare che il nemico si stanchi, e poi attaccarli alle spalle, chiudergli qualsiasi via di fuga.
- Ma se quelli hanno in mano tutta la Francia … Hanno anche la Normandia: come li attacchi alle spalle? Ci vorrebbe un condottiero mandato dal Cielo, una sorpresa per noi ma specialmente per loro, che dia animo alle truppe e alla Francia.
- Sì, un angelo vendicatore! fece Jacques, tracannando un paio di sorsi di vino, gli ultimi.
- Angelo o diavolo, che fa? Comunque si parla di una ragazza, lo hai sentito anche tu, no?
Jacques scoppiò in una sonora risata, e fece rimbalzare bicchieri e bottiglie sul tavolaccio di legno, con potenti manate: - L’ho sentito, eccome, l’ho sentito. Sono leggende per voi creduloni. Una ragazza! Ma sentite! Un uomo, ci vuole, e un esercito capace, diamine. E sul diamine un’ultima manata mandò a fracassarsi a terra un paio di coppe. La ragazza che era al banco si avvicinò con una scopa di saggina per liberare il pavimento; in questo modo sentì più chiaramente alcuni frammenti della conversazione. Era il cognato, ora, a parlare:
- Eppure anche il parroco l’ha detto: verrà una ragazza da questa regione e salverà la Francia.
- Sì, lo ha detto. E a lui chi l’ha riferito? Domineddio in persona? Una ragazza, poi, ma dai; cosa può capirne di armi e strategie militari una donna? E per di più giovane. È roba da uomini, manco da ragazzi. Siete tutti matti, a dar credito a queste dicerie. Se la sento dire in casa mia questa fesseria mi arrabbio davvero.
- In casa tua … solo pecore e terre, di che altro si può parlare?
- E meno male. Ci basta per campare. Giovanna mi aiuta, e i suoi fratelli anche, e stiamo bene, ringraziando il Signore.
- E se fosse proprio lei la ragazza di cui si parla? È così devota, va sempre a messa …
A Jacques questa ipotesi fece salire il sangue alla testa: - Ah, e se invece fosse tua figlia? O la figlia del falegname? O questa ragazza che sta spazzando? Non sono devote, loro?
- Qualunque ipotesi andrebbe bene. L’importante è che avvenga tagliò corto il cognato.
- Ma non mi far ridere. E poi, secondo te questa condottiera come lo verrebbe a sapere che è la prescelta? Le arriva un dispaccio[4] dal Cielo?
La ragazza era tornata al banco. Lei aveva sedici anni, e cercò di immaginarsi come sarebbe stata, tutta ingolfata in un’armatura, con l’elmo, la corazza, gli schinieri, al comando di un esercito di uomini. Anche lei, come il padre della sua amica, era scettica su quella leggenda che aleggiava da giorni sul paese. Sembrava messa in giro come ultima spiaggia, quasi per tenere lontano il terrore di finire per sempre sotto il giogo inglese, dopo la probabile caduta di Orléans.
Diede un’occhiata fuori: quei due che correvano erano Giovanna e il cugino Luc, e lei era avanti di almeno trenta passi. A vedere il ragazzo le saltò il cuore in petto: era il suo amore segreto, il suo sogno impossibile. Lui non l’aveva mai degnata di uno sguardo, neppure distratto: era troppo immerso nel suo mondo particolare, nei rari libri su pergamena che solo lui sapeva dove trovare; si vociferava che studiasse antichi testi egizi o caldei pieni di formule magiche.
Giovanna.
Giovanna sì che sarebbe stata un bel cavaliere: minuta, magra, con un corpo non ancora sviluppato, più da maschio che da femmina, un carattere forte. Giovanna d’Arco. Condottiera. Vincitrice sull’esercito inglese. Le veniva da sorridere alla sola idea.
Lara faceva sul muro le ombre cinesi. La luce del bruco verde l’aiutava nel gioco, e il silenzio della casa, immersa nell’oscurità della notte, incoraggiava la sua concentrazione. Non le riusciva molto bene, non riusciva a fare il coniglio, né il lupo. In verità non riusciva a fare alcun animale riconoscibile. Erano solo delle ombre sformate, delle dita aggrovigliate, buchi di chiaro e zone d’ombra senza significato. La luce del bruco verde sottolineava i suoi fallimenti.
Si girò sul fianco, rinunciando al gioco. Si stava innervosendo: in genere non si arrendeva, se aveva uno scopo cercava di raggiungerlo, anche se era una sciocchezza, come in quel caso.
Le dava fastidio che al fratello riuscissero così bene. Con disinvoltura, Leo sistemava le mani, ed ecco tutti gli animali dell’universo. E aveva sempre quel sorriso ebete sulle labbra. E quando lei tentava in sua presenza, il sorriso diventava una risata di scherno.
- Non così, ma così sghignazzava, mostrandole come fare.
- Ma tu hai le dita lunghe si lamentava lei.
- Vero, e tu le hai piccole come il tuo cervello- . E giù risate.
Si guardò le mani. Mica erano dita tozze, le sue. Non lunghe come quelle di Leo, ma neanche corte. Normali, per una ragazzina di tredici anni.
I suoi problemi erano altri: la pancia, i fianchi, tutto grasso che si stava accumulando, mentre il seno non voleva saperne di svilupparsi. E i brufoli. Il papà le diceva di non preoccuparsi, che era normale acne giovanile. Lui era un dermatologo e aveva a che fare quotidianamente con ragazzi foruncolosi e madri ansiose. Le ripeteva di continuo che il tempo avrebbe provveduto a far scomparire le pustolette e i punti neri. Ma lei passava un bel po’ di minuti davanti allo specchio: esaminava il viso, il collo, il petto, cercava di guardarsi le spalle aiutandosi con uno specchietto, alla ricerca dei brufoli: si rendeva conto che stava diventando una fissazione. Da quando poi aveva infestato i muri della sua cameretta coi poster degli attori e delle attrici, tutti magri e tosti, senza un solo difetto, si sentiva sempre più brutta e depressa.
Marina, la sua amica del cuore, innamorata cotta di suo fratello Leo, aveva gli stessi problemi, e in più la sua pelle bianca, propria delle bionde, metteva ancora più in risalto il bordo rosso dei foruncoli.
Floriana (l’altra amica del cuore), invece, non aveva nessun problema di pelle, da quello che si vedeva. Ma anche se avesse avuto il viso butterato come una lebbrosa, non avrebbe fatto drammi: lei viveva in un mondo tutto suo, interiore, e dava poca importanza al suo aspetto fisico. Eppure era sicuramente la più carina delle tre, riconosceva Lara.
- Niente ombre cinesi, stasera si rassegnò. Prese il libro che stava leggendo e si immerse tra le pagine del romanzo. La lettura durò poco. Il libro scivolò via. La sua mano si allungò verso l’interruttore del bruco e la stanzetta piombò nel buio.
Sognò tanto, come sempre, e come sempre al risveglio non ricordava quasi niente. Però le era rimasta impressa una parte del sogno, o più parti che si erano collegate tra di loro senza una logica. Si voltò verso il muro, quello dove cercava di fare le ombre cinesi, e vide come se fosse lì presente - un delfino che si dibatteva in un campo di gigli.
Un delfino che, a un certo punto, la fissò.
E i suoi occhi erano umani.
Floriana dormiva sonni agitati, si girava e rigirava nel letto e non riusciva a prendere pace. Spostava il cuscino, lo cambiava di posizione, lo toglieva, lo rimetteva, ci nascondeva la testa sotto; aveva caldo e si tolse i pantaloni del pigiama, poi ebbe freddo e se li rimise; e poi sentiva una voce che diceva “Eppure qualcuno mi deve credere”, e vedeva un lungo viale giallo, una staccionata rotta sulla sinistra, e una ragazzina che, con calze e scarpe in mano, correva spaventata.
Si svegliava e sembrava che la voce aleggiasse ancora nella stanza, ma lei sapeva che veniva dal sogno che aveva avuto poco prima, confuso, poco chiaro, che sembrava svolgersi in una campagna incontaminata, vicino a un villaggio sulle cui case non c’erano antenne televisive o parabole satellitari, e quindi in un tempo lontano. E questo senso di lontananza nel tempo lo aveva percepito proprio dalla forma delle case, dai tetti, dai cortili, dalla strada sterrata.
E poi questa ragazzina, e il viale di foglie gialle.
E poi: - Eppure qualcuno mi deve credere.
Ed era la ragazzina a dirlo, con voce e occhi imploranti, ed era non più sul viale ma in una stanza piccola e disadorna.
- Cosa si deve credere? chiese Floriana alla stanza buia, alla notte che non passava mai.
Quando le giunse la risposta, le si fermò un attimo il cuore.
Zio Omero dormiva tranquillamente, col micio ben comodo nell’incavo delle gambe. Se Omero si spostava, magari proprio per allontanarlo, il gatto aspettava la nuova posizione, e poi si inseriva accucciandosi nella zona più protetta. Era una lotta notturna continua, ormai da anni. Ognuno dei due si era abituato alla situazione, per cui alle bonarie bestemmie di Omero seguivano i bonari borbottii del gatto. Specialmente d’inverno, erano notti movimentate e rumorose.
Se poi lo scienziato gelataio era tormentato da qualche pensiero, come le invenzioni impossibili che la bella farmacista gli chiedeva di realizzare, o come i pasticci in cui si metteva Lara con le sue facoltà al limite del paranormale, allora la lotta notturna era arricchita da graffi e suoni gutturali di protesta, profondi e insistenti.
La stanza da letto di Omero era come il resto della casa: un trionfo di colori. Verde pistacchio (il letto a una piazza e mezzo), arancione (le tende), fragola (lo scendiletto), panna (il comò, coi cassetti color melone, cocomero, kiwi), limone (il cordless), e le pareti di un rosa tenue, quasi pesca. Tutti quei colori lo riportavano ai tempi della sua infanzia, quando vendeva gelati col padre.
La casa di Omero era dall’altro lato della cittadina, rispetto a quella di Lara. Bisognava percorrere un sentiero che costeggiava quello che una volta era stato un foltissimo bosco, poi si doveva attraversare un ponte di origine romana, alcune stradine polverose e poi ecco la villetta: si distingueva dalle poche altre della zona per il colore, che era un mirtillo deciso; le parti in legno erano verde pistacchio o bianco panna; d’altronde quando si andava da Omero si andava “dal gelataio”. Infatti lui amava i colori dei gelati più che il loro gusto, e in casa sua tutto aveva un richiamo preciso a un gusto da leccare.
Dopo la morte del padre, per un breve periodo li aveva venduti anche lui, producendoli nel laboratorio sul retro della casa. Poi aveva scoperto l’indole scientifica, ed ora faceva lavori di riparazione ai computer, ai telefonini, ai videofonini, e insomma era il punto di riferimento per tutti quelli che, nel paese, avevano problemi di quel tipo.
All’improvviso si svegliò, assestò un poderoso calcio al micio, gliene assestò un altro, si mise seduto al centro del letto: il gatto, finito a terra, lo vide che si guardava attorno come se fosse circondato da fantasmi. E lo sentì che diceva: - Lara.
Brutto segno. Stava per succedere qualcosa.
- Lara.
Le notti, su quel letto, per un po’ sarebbero state ancora meno tranquille.
[1] Razzie: Scorrerie compiute da truppe irregolari o da ladri armati per devastare e saccheggiare.
[2] Per notizie sulla guerra tra inglesi e francesi di cui si parla nel romanzo, vedi la breve nota storica su Giovanna d’Arco nella sezione Leggendo tra le righe.
[3] Delfino: Il primogenito del Re di Francia.
[4] Dispaccio: una lettera, una comunicazione scritta.
N.B. I prossimi capitoli saranno inseriti in ragione di uno alla settimana