Romanzo inedito per ragazzi di Claudio Elliott.

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431) Jean A.D. Ingres: Giovanna d'Arco all'incoronazione di Carlo VII (Louvre - Parigi)
Marina si era assopita. Lara le stava vicino, e le passò una mano sui capelli, carezzandola. Sotto le dita sentì un bozzo, e lo fece notare a Floriana. Poi, così vicine com’erano, notarono delle piccole escoriazioni, più che altro dei graffi, sulle braccia e sulle mani.
- È caduta? chiese Floriana, bisbigliando.
- Pare di sì, ma una botta in testa l’ha presa di sicuro disse Lara, anche lei a bassa voce e questo spiegherebbe il suo modo di fare. A parte il latino, che lei non sa neanche dove stia di casa.
- In realtà quella Marina che abbiamo visto qui, che ha parlato con sicumera e superbia, non è la nostra amica. Mica c’entra col tuo sogno e con la voce che ho sentito io?
- Penso di sì. Ho l’impressione che Giovanna d’Arco voglia mettersi in contatto con me.
Lara non aveva timore di esprimere ciò che credeva, specie con Floriana: già altre volte aveva risolto, con l’aiuto di zio Omero e di tutto il gruppo, situazioni tragiche, come aveva fatto con Aya, la ragazzina azteca, o con Lucida, la ragazza condannata al rogo dall’Inquisizione. E un’altra volta aveva aiutato proprio Marina, che era caduta tra le grinfie di un brigante che, venuto dal 1863, cercava il famoso tesoro dei briganti.
- E con quale delle due lettere cerca il tuo aiuto? chiese Floriana.
- Senz’altro la prima. In verità in nessuna delle due chiede esplicitamente che io l’aiuti (e in che cosa, poi?), ma è un segnale.
- Dici che la seconda lettera, quella scritta da Marina, è un falso?
- Falso o no, c’è qualcuno che non vuole che Giovanna ottenga la nostra collaborazione. C’è qualcuno che vuole intorbidire le acque.
- E ha dato una botta in testa a Marina, poi le ha dettato la lettera?
- Più o meno.
Zip non ci stava capendo un’acca, e pensò che era il caso di andare a fare una passeggiata igienica.
Nonostante tutto, Omero era dubbioso. Era andato in giardino a riflettere.
Qualcosa non quadrava. Marina diceva la verità, ma lui sapeva che la verità ha molte facce. L’amica di Lara esprimeva la sua, ecco: ed era sincera. Però lei non era la solita Marina, aveva subito uno choc, quasi che qualcuno l’avesse ipnotizzata. Gli indizi erano chiari: non era andata vicino a Leo, si era mostrata scostante e maleducata, e poi parlava il latino medievale, oltre a scriverlo. E Ricciardi aveva affermato che era una frana in quella materia. Per cui la sua verità era una verità da ragazza ipnotizzata, o plagiata, magari minacciata.
Ma anche l’altra lettera, quella agli uomini d’Inghilterra: come dire che era autentica? Come ci era finita lì, da Lara?
L’unica cosa da fare, per avere conforto alle idee che lui e Ricciardi si stavano formando, era mandare un’e-mail a Popo Catepetl, il suo amico messicano. Senza messaggio. Solo la scannerizzazione delle due pergamene. E così aveva fatto, poco prima. Poi avrebbe confrontato le traduzioni e le ipotesi, se mai Popo e la sua bella moglie Pilar ne avessero avanzate.
- I due cavalieri! gridò a un certo punto, facendo sobbalzare Zip, che si era accucciato ai suoi piedi, e lo disse proprio mentre Ricciardi lo raggiungeva in giardino gridando anche lui: - I due cavalieri!
- Ecco chi ha portato i messaggi esclamò Omero.
- Dev’essere così confermò il prof, abbracciando Omero e lanciandosi in una danza di antica origine celtica.
- Ma a questo punto si pone un problema - intervenne Lara, che li guardava stupita (il prof che ballava era una vera novità!); si era avvicinata a loro senza che se accorgessero.
- Un problema? chiese Omero, fermandosi a mezz’aria. Ricciardi fu costretto a fare lo stesso. Lara spiegò: - Se i due cavalieri che avete visto sono i postini, Marina cosa c’entra?
- Mica c’è una terza lettera? chiese Omero, temendo una risposta positiva.
- Dio ce ne scampi e liberi disse Ricciardi.
- E allora disse Lara - la cosa non quadra, i conti non tornano. Forse uno dei due non è qui per fare il messaggero, ma ha dettato la lettera a Marina.
- E come l’ha costretta? chiese Omero E le ha insegnato il latino in quattro e quattr’otto?
- Ipnosi disse Ricciardi, al che Omero replicò che anche lui aveva accarezzato quell’idea.
- Ipnosi o choc fece Lara, che poi chiese:- Un bel colpo sulla testa può provocare una specie di ipnosi?
- Un bel che? fece Omero.
- Ha un bozzo bello grande, e poi graffi, ed ha i vestiti sporchi, come se fosse rotolata a terra e avesse preso … disse Lara.
- … una botta in testa concluse Ricciardi Se non troppo violenta, potrebbe provocare uno choc, sì. In verità la signorina non sembra in sé.
- Potrebbe spiegare anche il latino fluente che parla? chiese Lara.
- Potrebbe. Si sa di persone che, in condizioni poco normali, sotto ipnosi, o dopo uno choc, parlano lingue sconosciute. Mi pare che sia un fenomeno conosciuto come glossolalia.
- E quindi disse Lara qualcuno l’ha colpita, forse uno dei due cavalieri, e poi l’ha costretta a scrivere la lettera.
- Però prima o poi dovrebbe uscire da questo stato di confusione, no? fece Ricciardi.
- Magari con un’altra botta in testa disse Lara.
- Chissà. E se così facendo aggraviamo la situazione? chiese Omero.
- Dici che si metterebbe a parlare cinese? chiese Lara, sorridendo all’idea. Marina che parlava il latino era un cosa da sballo; figurarsi il cinese.
- Potremmo provare fece Ricciardi, ma il tono della voce celava a malapena la perplessità.
- E chi se la assume questa responsabilità? domandò Omero. Io avrei paura di farle male.
- Anche io disse Lara.
- E io non mi azzarderei mai, neanche a fin di bene disse il prof.
- Leo? Floriana? Il padre? Passarono in rassegna tutti i probabili e inconsapevoli candidati a dare un colpo in testa a Marina, ma non si arrivava a capo di niente.
Poi fu Lara che ebbe l’idea: - So come fare.
Abbassò la voce con fare da cospiratore, ed espose il suo piano. Ricciardi la guardava ammirato, mentre lo zio era sempre più orgoglioso di quella sua nipotina che, senza volerlo, rendeva la vita di campagna meno noiosa; e ogni tanto aveva idee geniali.
Era il maggio del 1428.
Nel suo paese Giovanna era ormai famosa ed era circondata da un’aura di rispetto; di lei si parlava come di una santa: la notizia sulle voci che sentiva frequentemente era diventata di dominio pubblico.
A Luc aveva rivelato che i suoi Santi le avevano predetto che il capitano le avrebbe dato degli uomini armati.
- Il capitano? aveva chiesto il cugino, non sapendo assolutamente a chi lei si riferisse. Erano nella cucina della casa di Giovanna, e un odore di minestra di patate aleggiava nell’aria.
- Robert de Baudricourt. Tramite lui potrò arrivare al Delfino e aiutarlo.
- Ah, lui, il capitano che sta conducendo la guerra sul nostro fronte. Ma non ti riceverà mai, è troppo impegnato nei combattimenti.
Giovanna diede una mescolata alla pentola, allontanandosi repentina quando il vapore la colpì agli occhi. Li socchiuse e fissò il cugino:
- So che è incuriosito dalle chiacchiere sulle mie visioni. So che l’appoggio che il popolo mi sta dando gli farà cambiare idea.
- Dici?
Il cugino era scettico. Aveva davanti a sé quella ragazza di sedici anni, che ne dimostrava di meno, e che era sempre più convinta della missione affidatale dal Signore. Lui, per aiutarla, aveva mandato nel futuro Charles, che era stato seguito da quello sciagurato di Alphonse, e non erano ancora tornati. Chissà se avevano consegnato le lettere, chissà se quella Lara avrebbe potuto dare una mano, chissà poi se avrebbe mai indicato ai due come tornare nel passato. Erano trascorsi tre anni, ma lui sapeva, dagli studi che faceva, che nel futuro i tempi erano diversi, il futuro era una realtà diversa, senza tempo, non se lo sapeva spiegare se non con la bizzarra teoria dei piani paralleli che aveva esposto a Charles. Lui intuiva certe cose, in quanto i suoi studi erano profondi e spesso arcani, intuiva che non tutto era stato spiegato: ma sapeva con esattezza che mentre lì a Domrémy il tempo trascorreva in un certo modo, ed erano passati tre anni, nel futuro le cose andavano più lentamente, secondo una legge che lui non conosceva, ma che qualcuno più tardi avrebbe scoperto.
La cugina lo distolse dai suoi pensieri: - Vado dal fratello di mio padre, che abita proprio dove il capitano Robert ha la sua sede. Mi farò ricevere.
Il suo carattere di ferro ebbe la meglio. Partì col suo abito di fustagno rosso e nero, senza svelare alla madre e al padre la vera ragione per cui andava dallo zio.
Questo suo zio, Durand, le aveva detto che il capitano non voleva riceverla, che anzi gli aveva consigliato di darle un paio di ceffoni e di ricondurla a casa.
- Qui combattiamo, non possiamo perdere il tempo con questa ragazza malata che parla troppo di Dio e di liberazione.
- Capitano, lei insiste affinché la ascoltiate.
- Non ho tempo, non ho tempo e non ho voglia. Basta.
Giovanna non voleva arrendersi, così rimase a casa dello zio, cucendo e filando con la consueta abilità.
Poi ci fu la giornata delle aringhe, il 16 febbraio successivo, e tutto cambiò.
Bruno ascoltava, senza credere neanche una parola, il racconto dei due duellanti. Aveva deciso di non metterli in cella, ma di trattenerli nel suo ufficio. Forse un trattamento umano li avrebbe spinti a collaborare. Ma lì ne raccontavano di cotte e di crude, si sovrapponevano, si contraddicevano, in una babele di personaggi, Luc, Giovanna, Apollodoro e Biancofiore (che erano i loro due cavalli!), Lara, Omero, Marina, e anche un delfino.
Bruno scuoteva la testa, assecondato in questo dall’agente, che era sempre più sorpreso dalla varietà delle bugie che un uomo può inventare. Quelli poi sembravano essersi messi d’accordo per dire panzane che più panzane non si poteva.
Bruno aveva perso il filo, ormai, e non si orientava più. Interruppe Charles, quello che sembrava più assennato, anche se raccontava cose misteriose a proposito di quel tale Luc e della cugina Giovanna d’Arco.
- Allora, se ho capito bene, siete arrivati da quel tempo e da quel luogo che ora non mi ricordo più, ah, ecco, l’ho appuntato, dunque siete arrivati attraverso una cascata.
- Sì.
- Da dietro una cascata specificò Bruno, leggendo i suoi appunti e sempre più convinto dell’impossibilità della cosa.
- Che prima non c’era aggiunse Charles, e Alphonse annuì.
- Su questo siete concordi. Fino alla sera prima, leggo qui, la cascata non c’era. E l’avete attraversata.
Quelli annuirono.
- A cavallo specificò Bruno, per essere chiaro.
- Sì.
- Dunque: da dietro una cascata a cavallo. Su due cavalli.
- Giusto, capo.
- Su due cavalli. Quelli coi nomi poetici. E siete piovuti qui.
- Io in testa a una ragazzina bionda, quella Marina.
- E avete consegnato delle lettere … vabbè, questo non è strano. È l’ingresso diciamo un po’ inconsueto che mi lascia perplesso. Non era un treno, un aereo, e magari ieri sera vi siete fatti una bella bevuta di birra, altro che acqua della cascata?
- Non sappiamo cosa sono un aereo o un treno, signore disse Charles.
- Ma la cascata sì, eh?
- Beh, sì, quella l’ha fatta comparire Luc. Dal nulla. Fino alla sera prima non c’era, lo ripeto. Giuro.
Bruno ogni tanto lanciava un’occhiata all’agente, che si toccava la tempia o faceva girare le dita in aria, come a dire che erano due un po’ tocchi, al che Bruno annuiva sollevando le sopracciglia.
Disse, poi: - Diamo per buono che venite dal passato e dalla Francia. Non lo scriverò in nessun verbale per non passare il resto dei miei giorni in manicomio. Ditemi ora: stavate duellando per i begli occhi di questa Giovanna?
- Ma che dice, capitano, lei è la prescelta del signore.
- Chi è questo signore? chiese inalberandosi Bruno - Ora entra in scena un altro personaggio?
- Nostro signore spiegò Charles. Bruno lo fissò negli occhi: dal suo modo di parlare aveva creduto che non fosse di umili origini. Gli chiese: - Avete un signore? Siete dei servi, nel vostro tempo?
- No dissero i due in coro.
- E allora? Che c’entra il vostro signore se non avete un signore? Ehi, non è che mi state prendendo in giro con questi giochetti?
L’agente intervenne, cosa che non faceva mai, ma capiva che la situazione lo imponeva: - Credo, capo, che intendano Nostro Signore Gesù Cristo.
- È così disse Charles, rivolto all’agente: finalmente uno che capiva qualcosa Giovanna è la prescelta del Signore per liberare la Francia, ma lui e additò Alphonse lo vuole impedire. Per quello ci battevamo, signore … capitano, volevo dire.
- Quindi abbiamo anche interventi dall’aldilà. Bene. Sempre più chiaro.
- Semplice, no? chiese Alphonse.
- Semplice un corno esclamò Bruno. Credo che sia la situazione più complicata che mi sia mai successa.
- Dov’è il bagno? chiese Alphonse.
Bruno chiese all’agente di accompagnarlo, e poi aggiunse di spiegargli come sono fatti i gabinetti moderni, cos’è lo sciacquone, a che servono gli asciugamani. Nel suo tempo quella roba non c’era di sicuro.
- Grazie, capitano disse Alphonse, che, appena entrato nella piccola sala dove c’era il bagno, notò subito che lì poteva non solo fare pipì ma realizzare il suo piano, quello a cui stava pensando da quando era entrato in quella stazione di polizia.