Chi sono

Blogger: claudoelliott

Pubblicato a puntate a cura dell'Associazione Culturale Italia Medievale.

Claudio Elliott, nato a Griffith (Australia), ha vissuto a Firenze e Napoli; attualmente insegna lettere a Potenza (Basilicata). Autore di libri per l'infanzia per gli editori Le Monnier, Medusa, Rubino. Il romanzo Giovanna d'Arco: i lupi e il vento è ancora inedito e fa parte del ciclo di Lara Bettini (una ragazzina che entra in contatto con altre realtà - o queste entrano in contatto con lei). Gli altri libri della serie sono: Game over (mondo dei videogiochi), Le due vite di Aya (mondo azteco), Quattro parole dal passato (medioevo italiano, inquisizione), Il tesoro dei briganti (Italia post-unitaria), L'ultimo canto del faraone (mondo egizio). Tutta la serie di Lara Bettini è quindi in bilico costante - e pericoloso- tra presente e passato, con incursioni dei protagonisti in altri mondi. Altri libri di Claudio Elliott: Birillo alla scoperta del mondo, La poliziotta bionda e con gli occhiali, Mistero a New York (con lo pseudonimo di Alexander Moore).

Consigli per la lettura: i capitoli vengono inseriti settimanalmente, quindi in home page troverete sempre il capitolo più recente. Per iniziare la lettura da qualsiasi capitolo basta cliccare nella banda di sinistra sul capitolo desiderato nelle Categorie.

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lunedì, 23 gennaio 2006

capitolo dodicesimo

capitolo nono

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431).


Giovanna alla corte e Omero al telefono

Giovanna doveva incontrare il Delfino, finalmente, ma non lo aveva mai visto prima, né qualcuno glielo aveva descritto, se non nel carattere. Sapeva che il ventiseienne Carlo era un tipo indeciso, apprensivo, inquieto, debole sia di indole che di fisico. ed era attorniato da una schiera di nobili, consiglieri e favoriti in continua lotta tra di loro.

La guerra contro gli inglesi sembrava ormai volgere a favore degli abitanti dell’isola oltre il canale, e il Delfino Carlo VII era scoraggiato. La notizia della giornata delle aringhe lo aveva prostrato; una sua successiva colonna di soldati mandati in soccorso a Orléans assediata era stata sconfitta.

Durante la mattinata aveva parlato con alcuni consiglieri.

- Le cose vanno male, cari amici, e non vedo come possiamo andare avanti. Gli inglesi sono a un passo dalla vittoria.

La verità era quella appena enunciata da Carlo, e gli uomini che lo circondavano non sapevano cosa dire: tra questi cortigiani vi erano molti creditori, che avevano prestato al principe enormi somme per finanziare la guerra, e ora vedevano svanire i propri soldi come nebbia al vento. Per loro qualunque soluzione, anche la più azzardata, era vista con grande favore.

- Ieri sera – aggiunse il principe, mostrando un foglio di pergamena – mi è giunta questa lettera, che proviene dal santuario di Santa Caterina. Me l’ha mandata un frate, a cui l’ha dettata quella fanciulla che ha fatto miglia e miglia a cavallo, con il benestare di Robert de Baudricourt, per incontrarmi. Del mio capitano io mi fido, è un uomo di sicura fedeltà e dai nervi saldi, lo sapete. Allora, vi leggo la lettera; la ragazza mi chiama gentile Delfino. Ascoltate.

I consiglieri, che ormai avevano poco da consigliare, tesero le orecchie. Da giorni ormai si parlava di quel drappello guidato da un’invasata, forse una strega, forse una mitomane[1]. E ora aveva l’ardire di scrivere al principe.

- Dice che ha già percorso centocinquanta leghe per accorrere in mio aiuto e che vuole un mio cenno di consenso per entrare a Chinon ed essere ammessa alla mia presenza; ha cose importanti da dirmi, cose importanti e gradevoli, dice proprio così. E poi aggiunge che è inviata da Dio per combattere al mio fianco.

I cortigiani mormorarono: cosa poteva mai avere da dire di importante e gradevole al futuro re una fanciulla che fino a pochi mesi prima pascolava le pecore sui pendii della Mosa? Come si poteva credere a una ragazza vestita da uomo che parlava di guerreggiare in nome di Dio? Non poteva invece essere inviata dal demonio, con lo scopo di condurre alla rovina il debole Delfino?

- Potremmo escogitare un trucco per smascherarla – disse un consigliere, dopo avere confabulato con alcuni altri. – Se è, come dice, l’inviata del Signore, non cascherà nell’inganno, e la Maestà Vostra potrà ascoltarla. Se è una ciarlatana, o peggio ancora una strega inviata dal diavolo, cadrà nella trappola.

- E io perderò il trono – piagnucolò il principe, davanti ai visi imbarazzati della corte.

- Non abbiamo alternative – disse un cortigiano.

- Bene. Ditemi cosa dobbiamo fare – si arrese il Delfino, che poi ascoltò il piano, semplice e geniale, dalle labbra del suo fido consigliere.

Giovanna prese alloggio, appena giunta a Chinon, in una locanda molto modesta, e si chiuse nella sua stanza per pregare e digiunare, fino al momento in cui sarebbe stata ricevuta. Nel villaggio si parlava ormai apertamente della Pulzella, dell’inviata del Signore, e nel popolo si era creata un’atmosfera di attesa e speranza. Gli uomini della piccola scorta di Giovanna andavano dicendo che durante gli undici giorni di viaggio mai avevano corso un rischio, mai avevano incontrato banditi, mai si erano imbattuti in branchi di lupi, il che era davvero miracoloso: la cosa non era mai accaduta prima.

Solo una volta, raccontò un soldato della scorta, una banda di malfattori voleva attaccare la piccola carovana, probabilmente per rapire la giovane donna per cui il re avrebbe certamente pagato un alto riscatto. Quando però la banda stava per attaccare, i cavalli dei briganti non si mossero, come inchiodati al suolo, e gli stessi banditi furono presi da un’inspiegabile sonnolenza, e quindi assistettero immobili al passaggio del corteo.

Gli abitanti di Chinon capirono che quelle prove di favore divino erano il segno che lei era la salvatrice, la vergine guerriera di cui ormai da tempo si parlava, e sarebbe stata capace di qualunque miracolo, anche quello di trascinare il cupo e indeciso Carlo alla consacrazione e alla conquista del suo regno.

Furono ancora più convinti dopo un episodio, che avvenne poco prima che il delfino la ricevesse nella sua piccola reggia dominata dalla Torre dell’Orologio.

Un conte andò a prelevare Giovanna alla locanda. Mentre salivano a cavallo verso la porta della torre, un soldato cominciò a sghignazzare rivolto alla ragazza vestita da uomo, gridando che era inviata dal diavolo, che non era una donna, che lui avrebbe potuto provarlo, se era davvero una donna non gli avrebbe resistito; e fece seguire il breve discorso da una serie di forti bestemmie.

Giovanna non fermò neanche l’arrancare del cavallo mentre gli diceva: - Rinneghi Dio con le tue bestemmie, eppure sei tanto vicino alla morte.

Un’ora dopo, proprio mentre la fanciulla entrava nella reggia, il soldato annegò nelle gelide acque di un fiume che scorreva lì vicino.

Il principe vedeva avanzare, nella sera invernale, nella grande sala del castello di Chinon, la contadinella, davanti a trecento cavalieri che le facevano ala, alla luce di cinquanta torce che illuminavano la scena. Giovanna si presentava in un modesto abito nero da ragazzo, i neri capelli tagliati corti. La guardò con un misto di indifferenza e curiosità: da tempo si mormorava di una profezia che parlava di una donna che avrebbe salvato il regno. Era quella ragazzina vestita da maschio?

Quando Giovanna entrò nella sala e la vide piena di gentiluomini, ecclesiastici, dame, si sentì mancare per l’emozione. Un grande camino, sulla parete di fondo, faceva brillare le sete e i broccati dei vestiti, i gioielli delle dame, gli arazzi alle pareti, mentre le grandi vetrate si affacciavano sul buio della notte, in un contrasto drammatico.

Giovanna per un attimo tentennò, davanti a un genere di persone che non aveva mai visto prima: si sentiva un’estranea lì dentro, percepiva come spilli sulla pelle gli sguardi degli astanti.

Cercava il Delfino, ma non sapeva chi fosse tra quei cavalieri, e nessuno le si faceva incontro. Allora decise che quello era il momento di chiedere aiuto a Lara, e lo fece, silenziosamente: - So che tu sei qui, tra di loro. Fatti riconoscere, e conducimi al mio gentile Delfino.

Omero era andato con Ricciardi nello studio del fratello. Dal computer lesse le traduzioni che gli aveva mandato Popo e le mostrò a Ricciardi. Coincidevano con quelle eseguite da loro.

- È evidente che quella scritta da Marina non proviene da Giovanna: lo dice la Storia, lei non poteva proporre agli inglesi di rimanere in Francia – disse il professore.

- La storia che ci viene raccontata sui libri non è sempre quella vera – osservò Omero.

- Che vuoi dire?

- Beh, tu la insegni. Prendiamo la storia delle crociate. Vista da parte nostra, da quella cristiana, è stata una pagina gloriosa per salvare il Santo Sepolcro.

- Vero, capisco quello che vuoi dire. Vista dalla parte degli Arabi, è stata un’invasione.

- Esatto.

- Questo lo dico sempre ai ragazzi: quelli che per noi sono terroristi, per gli altri sono eroi. Dipende da chi la scrive, la storia.

- Ed è quello che ho detto. Beh, qui abbiamo due personaggi che provengono da quel tempo: come fai a sapere chi è l’impostore? Alphonse, solo perché è più antipatico e ha dettato la lettera a Marina? E poi, è così importante saperlo?

- No, in fondo non è importante, ma se lo scopo di uno dei due è ostacolare l’intervento di Lara, ci sta riuscendo benissimo, perché stiamo qui ad arzigogolare, invece di pensare a come intervenire. Quindi dobbiamo sapere chi dei due è l’imbroglione, perché dovremo tenerlo d’occhio, affinché non ostacoli Lara nella sua missione.

- Di cosa mai si tratterà? – chiese sconsolato Omero.

- Non lo sappiamo. Qui Popo dice che sa qual è la missiva falsa, comunque, e se lo sa è perché con quella sua formidabile moglie ha esaminato le lettere in tutti i particolari. Telefonagli, qualunque sia il fuso orario.

Omero non se lo fece ripetere. Pochi squilli, e la voce un po’ roca del suo amico messicano rispose: - Omero?

- Come diavolo?

- Il display, mio caro. Il tuo numero brilla nella notte.

- Come sei poetico.

- So cosa vuoi sapere, e non perdo tempo in chiacchiere, anche se Pilar vuole sapere in quali guai si è cacciata la tua nipotina.

- Non ti ho scritto di Lara, ne sono sicuro!

- No, ma l’abbiamo intuito. Una cosa così strana poteva accadere solo a lei. Dimmi, allora.

Omero raccontò per sommi capi tutto, dai sogni di Lara e Floriana fino alla partita di pallone per far tornare alla ragione Marina.

Popo commentò, dopo un rumoroso sbadiglio: - Bravi. Tutto bene. E se avete osservato le lettere, non vi è saltata agli occhi una variante ortografica fondamentale tra le due?

- No. Ortografica? Quale? – saltò su Ricciardi, colto sul vivo. Si era avvicinato alla cornetta per gridare, al che Omero inserì il vivavoce.

- La vu.

- La vu? la lettera dell’alfabeto? – chiese perplesso Omero. Forse Popo si era fatto un bicchiere di troppo di tequila.

- Certo. Le avevo davanti agli occhi le due lettere, così simili e così dissimili, una in contrasto con l’altra, e ambedue potevano essere di Giovanna, la prima scritta davvero agli uomini d’Inghilterra con le sue minacce, e l’altra anche rivolta agli inglesi, ma scritta sotto tortura. Sapete la storia, no?

- Questa ipotesi non l’avevamo presa in considerazione, quella della tortura, dico – ammise Omero.

- Ma che c’entra la vu? – chiese Ricciardi avvicinandosi alla cornetta.

- I vostri messaggeri, di cui mi hai raccontato, vengono da quel tempo, ma uno è un lestofante …

- E vogliamo smascherarlo perché non ci ostacoli – disse Omero.

- Anche se sospetto chi sia – disse Ricciardi. La voce da oltreoceano proseguì:

- Bene. La lettera dettata a Marina è falsa, sia storicamente, per le cose che dice e che mai Giovanna avrebbe pensato, sia perché le vu sono scritte proprio come si pronunciano.

- Non capisco – disse Omero, mentre invece Ricciardi si diede una manata sulla fronte: aveva capito.

La voce roca che veniva da lontano disse: - Fino al milleseicento circa la vu e la u si scrivevano nello stesso modo, anche se si pronunciavano in modo diverso a seconda se erano vocale o consonante. La parola repubblica era scritta repvbblica, per esempio. Pensa, fu proprio il vostro Gian Giorgio Trissino, alla fine del cinquecento o agli inizi del seicento, ora non mi ricordo bene, insomma fu lui a proporre di scrivere la U come vocale e la V come consonante. Ebbene, questo Marina non poteva saperlo, né colui che le ha dettato la lettera perché è di epoca precedente e poi non sa scrivere né leggere. Invece nella lettera autentica le due lettere sono scritte nello stesso modo, con la vu.

- Hai ragione – disse Ricciardi – la cosa mi era sfuggita, non l’avevo proprio notata.

- Quindi Alphonse è sicuramente il nostro falsario – disse Omero, e stava per salutare Popo quando un urlo agghiacciante seguito da altri ancora più tremendi lo fece sobbalzare: si voltò e vide Alphonse che balzava nella stanza incontro a lui e al professore con una pistola in mano, urlando come un ossesso.

Popo sentì le urla e poi rumori come di una colluttazione e poi, prima che qualcuno interrompesse la comunicazione, un colpo di pistola.


[1] Mitomane: una persona che tende a falsificare la realtà con racconti fantasiosi per attirare l'attenzione su di sé. Molti contemporanei di Giovanna e alcuni storici moderni hanno questa opinione della Pulzella.

postato da: italiamedievale alle ore 18:26 | link | commenti
categorie: capitolo dodicesimo