Chi sono

Blogger: claudoelliott

Pubblicato a puntate a cura dell'Associazione Culturale Italia Medievale.

Claudio Elliott, nato a Griffith (Australia), ha vissuto a Firenze e Napoli; attualmente insegna lettere a Potenza (Basilicata). Autore di libri per l'infanzia per gli editori Le Monnier, Medusa, Rubino. Il romanzo Giovanna d'Arco: i lupi e il vento è ancora inedito e fa parte del ciclo di Lara Bettini (una ragazzina che entra in contatto con altre realtà - o queste entrano in contatto con lei). Gli altri libri della serie sono: Game over (mondo dei videogiochi), Le due vite di Aya (mondo azteco), Quattro parole dal passato (medioevo italiano, inquisizione), Il tesoro dei briganti (Italia post-unitaria), L'ultimo canto del faraone (mondo egizio). Tutta la serie di Lara Bettini è quindi in bilico costante - e pericoloso- tra presente e passato, con incursioni dei protagonisti in altri mondi. Altri libri di Claudio Elliott: Birillo alla scoperta del mondo, La poliziotta bionda e con gli occhiali, Mistero a New York (con lo pseudonimo di Alexander Moore).

Consigli per la lettura: i capitoli vengono inseriti settimanalmente, quindi in home page troverete sempre il capitolo più recente. Per iniziare la lettura da qualsiasi capitolo basta cliccare nella banda di sinistra sul capitolo desiderato nelle Categorie.

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lunedì, 27 febbraio 2006

capitolo diciassettesimo

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431).


Il cupo vento e il gentile Delfino 

Alphonse scosse la testa, e lo stesso Charles era sconvolto dalla notizia: Lara sarebbe andata con loro nel passato. Non ebbero il tempo di fare domande, di esprimere dubbi: furono scaraventati sulle macchine, che si diressero verso una collina. Nelle tre auto c’era solo silenzio, perché ognuno seguiva il proprio pensiero. L’unico suono, a parte i motori, era il brontolio sommesso e pieno di dubbi di Bruno.

Leo disse, quando furono giunti: – Nella grotta andremo solo noi: i tre francesi, Lara, io e zio Omero.

- E noi? – chiese Marina, leggermente offesa. Leo l’aveva sempre avuta vicina, nelle altre avventure.

- Tesoro, non è un appartamento – rispose Leo con un’alzata di spalle, quasi a scusarsi. A Marina non poteva sfuggire il “tesoro”, che a lei non risultava avesse mai detto ad alcuna ragazza della scuola. Divenne rossa come un tizzone ardente.

E poi iniziò il fruscio: era la voce del bosco attraversato dal vento leggero.

- Voi attendete qui – disse Omero, che poi sussurrò al fratello e a Gloria: - State tranquilli, non succederà niente a Lara.

- Come puoi esserne sicuro? – chiese la cognata, visibilmente preoccupata.

- La lezione del passato – disse Omero.

- Le altre volte non è successo niente, e quindi anche adesso non dovrebbe succedere? – chiese Bettini.

- Proprio così.

- E cosa dobbiamo fare?

- Avere fiducia. Magari pregare. Non so cosa capiterà lì dentro, ma può darsi che ci voglia il vostro aiuto dall’esterno, non so.

- Ti fidi di questo Luc? – chiese Gloria.

- Senza riserve – disse Omero, avviandosi nella Grotta del Pensiero, in cui erano già scomparsi gli altri.

- E di Alphonse? – gridò lei, e lui rispose qualcosa che lei non percepì: il vento aumentava di vigore, e faceva rumoreggiare le foglie. Un vento inaspettato, freddo, ostile, che costrinse quelli rimasti fuori a ripararsi nelle macchine.

Bruno borbottava qualcosa alla figlia, dicendo che si stavano mettendo in un bell’imbroglio, che l’indomani avrebbe allertato tutte le stazioni della polizia dei paesi vicini affinché indagassero su quei due sedicenti francesi, anzi tre, e anche sui due cavalli; Floriana rispose che sui cavalli non s’indagava, in genere, ma lui ribatté che quella volta si sarebbe fatta un’eccezione; Marina gli chiese qual era il suo dubbio, in che cosa i tre avessero trasgredito la legge, e lui giù a dire che avevano duellato, il che era proibito, poi uno era scappato, il che era proibito, poi uno aveva sparato, il che era proibito, e un altro aveva deviato il colpo che poteva ferire uno dei Bettini, il che …

- … è stata una buona azione – finì Floriana.

- No, è stato un tentativo di suicidio, il che è proibito – concluse Bruno. Marina e Floriana si guardarono: non sapevano cosa ribattere. Fuori il vento smuoveva la macchina, come se un gigante la volesse capovolgere.

Bruno osservò, rabbrividendo: - Questo tempo è davvero cattivo.

- Il che è proibito – disse Marina, e scoppiò in una risata, seguita a ruota da Floriana, che le strinse la mano; questa volta Bruno si unì alle risa.

Davanti a sé vedevano la macchina con Bettini, Gloria e Ricciardi, la grande e pesante station wagon di Omero, che resisteva meglio della loro al vento, ma comunque sussultava ai suoi colpi feroci e secchi.

Leo aveva acceso una torcia elettrica. Luc osservò la grotta. Quanto poteva essere grande? A occhio sedici o diciassette metri quadrati. Non aveva un piano in mente, ma intuiva che la soluzione era lì. Dove, esattamente, non lo sapeva.

- Che si fa? – chiese Omero, che per la prima volta si trovava coinvolto nella soluzione di un caso di Lara senza una partecipazione attiva.

- Già, che si fa? – chiese Lara, che teneva in mano il ritratto del Delfino, piegato in quattro. Fino a quel momento lo aveva tenuto nella tasca posteriore dei jeans.

- So io che si fa – gridò Alphonse, con voce cupa e minacciosa.

Si voltarono verso di lui: aveva lo sguardo fisso e sbarrato di un folle e teneva per il collo Luc.

- Non vi muovete, ho una pistola puntata alla sua schiena. Diglielo!

Luc fece di sì con la testa e con gli occhi: gli si leggeva paura e angoscia, e la coscienza di un fallimento.

- Sei un lurido bastardo – sibilò Charles ad Alphonse, che non se la prese: anzi, dalla sua posizione di dominatore si permise anche di ridacchiare, dicendo:

- Sicuro. Lurido e bastardo, e borgognone. Alleato degli inglesi, che sono i legittimi signori della Francia.

- Erano, casomai – precisò Leo che, anche se spaventato, non si perdeva d’animo.

- Erano o sono, è la stessa cosa, no, Luc? Com’è quella teoria del tempo?

- Non c’è tempo per le teorie – disse Omero con un gioco di parole che solo Lara colse, sorridendo; – cosa vuoi fare, ora? Ci tieni qui come le belle statuine? O hai un piano?

Alphonse lo guardò per un attimo, come indeciso, poi rispose:

- Torniamo fuori. Non subito, facciamo passare un po’ di tempo, in modo che nel passato Giovanna fallisca il suo piano.

- Ma la Francia è tornata francese – gli fece notare Omero, che non perdeva di vista la mano puntata alla schiena di Luc.

- Certo, ma non per merito di una giovane fanciulla un po’ labile di mente. Io non posso permetterlo. La Storia non può permetterlo. Se mai accadrà, o è accaduto, saranno le truppe sul campo a determinare il vincitore.

- Quindi – disse Omero – tu ora ci trattieni un po’ qui, e dopo usciamo. Quanto? Una decina di minuti? Un’ora? E poi?

Luc cercava di divincolarsi, ma la pressione della pistola lo frenava. Quell’imbecille era capace di sparargli davvero.

- Fammi almeno respirare – bisbigliò rauco. Alphonse allentò la presa sul suo collo, e lui bevve l’aria con sollievo.

- Niente scherzi – fece l’altro, premendo la pistola.

- Niente scherzi, giuro – fece Luc. Nel frattempo scrutava con lo sguardo la parete della grotta.

- Fuori si è alzato il vento – osservò Leo.

Omero e Lara si erano seduti sulla panca, e sfogliavano le riviste di botanica e motori. Omero teneva un fazzoletto davanti alla bocca e al naso, come se aspettasse da un momento all’altro uno starnuto. Charles si era accoccolato a terra, sconfitto: non c’era altro da fare, Alphonse aveva vinto e Giovanna non avrebbe portato a termine la sua missione. Non riusciva a immaginare il seguito della vicenda, non riusciva a ipotizzare cosa sarebbe successo, non riusciva a pensare alla sua vita lì, nel futuro e in paese straniero. E poi: cosa avrebbe fatto quello sciagurato? Avrebbe sparato a Luc? E magari anche agli altri? Non credeva a quello che aveva detto, che voleva solo far passare il tempo. Troppo banale, troppo stupido. Aveva in mente qualcos’altro. Ma qualcos’altro di improvvisato, senz’altro, e quindi rischioso.

Luc percorreva con lo sguardo ogni centimetro della parete della grotta, e quando Alphonse andò a sedersi trascinandolo con sé, poté vedere quella parte che prima gli era preclusa.

C’era silenzio, nella grotta, ma da fuori giungeva sempre più forte l’ululato del vento.

Lara alzò lo sguardo. Incrociò quello di Luc, poi ne seguì il percorso. Insieme a lui scandagliò con gli occhi ogni fenditura, ogni rilievo della roccia, ogni centimetro, ogni millimetro, ogni granello, ogni punto, e teneva stretto tra le dita il disegno ripiegato del Delfino; il cuore le batteva all’impazzata perché sapeva che qualcosa stava per accadere, e lei sarebbe stata al centro dell’azione; il cuore batteva sempre più forte e riempiva la grotta col suo suono cupo e vigoroso. Luc era tenuto dal braccio di Alphonse ma poteva muovere la testa e respirare a suo agio: sapeva che Lara cercava con lui quello che c’era ma non c’era, sapeva che lei era pronta al balzo nel passato e la vedeva tesa, le nocche delle dita bianche, lo sguardo sveglio.

E quel vento, lì fuori, quel vento.

- Sta per succedere, sta per succedere – gridò Floriana, avvinghiandosi a Marina, nel caldo riparo della macchina, mentre fuori il vento mugghiava; e poi cominciò ad ansimare forte. Sempre più forte: - La materia … il tempo … lo spazio … non sono divisibili, sono formati da granelli, da punti, …esiste uno spazio infinitesimale ….

Nella sala buia del palazzo di Chinon il brusio stava diventando insopportabile a Giovanna e aveva superato il frastuono delle folate. Vedeva che alcuni servitori stavano riaccendendo una ad una le torce, e calcolò che ci sarebbero voluti molti minuti prima di avere una visibilità sufficiente al colloquio col Principe.

Si era stancata di stare lì, ferma, in piedi. Non mangiava da ore e il suo corpo dava i primi segni di cedimento. Si appoggiava ora a una gamba, ora all’altra.

All’improvviso il suono del vento cessò, e il brusio cessò.

Tutto ebbe termine.

E tutto ricominciò.

L’ululato dei lupi proruppe con violenza, come se gli animali fossero lì nella sala, le raffiche del vento ripresero veementi, spingendo davanti a sé l’aria come se fosse un corpo fisico; le dame ora urlavano, gli uomini gridavano, lo strepito superava le soglie della tolleranza.

Giovanna s’inginocchiò, le mani sulle orecchie.

E successe.

Luc scivolò fuori dall’abbraccio di Alphonse, che si era assopito. Solo lui e Lara erano vigili: gli altri erano stati presi da una improvvisa sonnolenza. E solo su lui e Lara arrivavano le folate di vento.

Luc accennò alla parete, in un punto dove i loro sguardi si erano fissati pochi istanti prima.

Lei annuì.

Luc le sussurrò di attendere un attimo, lei chiese perché, e lui disse: - Il vento.

Lara non rispose.

Furono dapprima sbuffi leggeri, carezze dell’aria nell’aria. Poi più insistenti, pesanti, cupi, e provenivano dall’entrata della grotta.

Lara fu costretta a coprirsi gli occhi, perché si alzavano polvere e foglie, e si girò verso la parete.

Ed ora era da lì che veniva il vento, e Lara e Luc si sentirono presi da un turbine e non opposero resistenza e si trovarono avvinghiati e volteggiarono in un vortice che scomparve nella fenditura della roccia.

Omero ebbe un sussulto, si svegliò un attimo, ebbe l’impressione di una pace incommensurabile, si guardò attorno: Lara e Luc non c’erano. Poi si assopì di nuovo.

Tutto avvenne in un baleno: davanti ai suoi occhi spalancati Giovanna vide Luc, al cui fianco c’era una ragazzina un po’ più giovane di lei, esile e dal volto deciso. La cosa strana era che poteva vederli, lì nel buio. Solo allora si accorse che il cugino aveva tra le mani una luce, che proveniva da una specie di stretta bottiglia di metallo.

- Siamo qui – disse Luc.

- Tu sei Lara?

- E tu Giovanna?

La luce si spostò dal volto di Lara fino al foglio di carta che aveva tra le dita: a Giovanna apparve un volto.

- Il mio gentile Delfino? – chiese.

- Fissalo nella mente, abbiamo pochi attimi – disse Lara, tendendo il foglio con forza: il vento era impetuoso.

- Non potrei mai dimenticarlo – disse Giovanna.

- Va’, allora, mia cugina, e opera la salvezza della Francia.

- E voi?

- Come siamo venuti, ce ne andiamo – disse Lara.

- No – disse Luc – io rimango. Mi confondo alla folla. La mia opera è terminata.

- E la mia inizia – fece Giovanna.

Si girò verso Lara per ringraziarla, ma una folata di vento più forte delle altre le fece chiudere gli occhi. Quando li riaprì, la sua nuova amica non c’era più.

- Cos’è quella luce laggiù? – chiese una voce di uomo, dal fondo della sala.

- Un bagliore, sire – rispose un’altra voce maschile. – Forse un lampo.

- La luce della speranza – disse Giovanna, che avanzò verso il Delfino.

Il vento era cessato all’improvviso. Alcune torce erano state accese, e Giovanna poté scorgere quel volto che poco prima aveva conosciuto.

- Nobilissimo signor Delfino – mormorò inginocchiandosi.

- Non sono io il re – disse Carlo, indicando il conte vestito in modo più elegante.

Giovanna non si scompose, e fissò quello che sapeva con certezza essere il Delfino.

- Nobilissimo, re di Francia è il re dei Cieli e io, Giovanna la Pulzella, vengo da parte sua a dirvi che sarete incoronato nella città di Reims.

Il Delfino le porse le mani e la fece rialzare. Per la prima volta da molti anni il suo volto fu illuminato da un sorriso.

Luc, confuso nella folla dei cortigiani, vedeva la sala prendere luce dalle torce che venivano piano piano riaccese; vedeva la sua formidabile cugina tenere tra le sue dure mani da contadina quelle morbide del futuro re; vedeva i due parlottare, come fossero vecchi conoscenti, mentre i dignitari e i nobili osservavano la scena bisbigliando tra di loro.

Lara era stretta a Luc, che l’aveva tirata verso di sé arretrando fino a farsi inghiottire dalla folla quando Giovanna aveva chiuso gli occhi per il vento. Si alzò sulla punta dei piedi per osservare meglio la scena.

Vedeva la pulzella che era avanzata verso il Delfino e che ora parlava con lui. Sentiva la gente mormorare, con parole di ammirazione e devozione. Il colloquio di Giovanna col futuro re sembrava aver rianimato in lui le speranze in un aiuto divino tramite quella contadinotta vestita da maschio.

- Portatele la spada – disse a un certo punto il Delfino. Su un cuscino di velluto blu fu portata un’arma: l’uomo che la portava passò a pochi centimetri da Lara, che ebbe il tempo di osservarla: era una spada arrugginita, sulla cui lama erano incise cinque croci.

- Perché così brutta? – Lara bisbigliò a Luc.

- È quella che Giovanna ha sognato. L’ha vista infissa nel terreno dietro un altare, quello del santuario di Santa Caterina.

- Una spada nella roccia? – chiese stupita Lara.

- Beh, è un’immagine che ricorre da secoli nei libri degli eroi. Re Artù, per esempio. E anche San Galgano, che si venera da voi, in Italia, dalle parti di Siena.

- Non si smette mai di imparare – borbottò Lara a bassa voce, poi chiese: - E lei ha scelto questa spada, allora?

- Sì. E la condurrà alla vittoria.

- E alla morte. Vero?

Sapeva che era così, ma aspettava da Luc una risposta diversa. Lo guardò e vide delle lacrime che scorrevano sulle sue guance.

- Vero? – chiese lei, con un tono isterico, strattonandogli la manica.

Non c’era bisogno che lui rispondesse: stava piangendo mentre guardava la cugina, che aveva preso la spada e la alzava al cielo, con un’evidente fatica. Prese la mano di Lara e la baciò.

Poi arrivò, inaspettata, una raffica di vento, la più forte di tutte, che spense tutte le torce, azzittì tutte le voci; Lara si accorse che la mano di Luc e la sua si staccavano, poi si sentì sollevata in aria.

Fece in tempo a fissare i suoi occhi in quelli luminosi di Giovanna.

postato da: italiamedievale alle ore 19:47 | link | commenti (2)
categorie: capitolo diciassettesimo