Chi sono

Blogger: claudoelliott

Pubblicato a puntate a cura dell'Associazione Culturale Italia Medievale.

Claudio Elliott, nato a Griffith (Australia), ha vissuto a Firenze e Napoli; attualmente insegna lettere a Potenza (Basilicata). Autore di libri per l'infanzia per gli editori Le Monnier, Medusa, Rubino. Il romanzo Giovanna d'Arco: i lupi e il vento è ancora inedito e fa parte del ciclo di Lara Bettini (una ragazzina che entra in contatto con altre realtà - o queste entrano in contatto con lei). Gli altri libri della serie sono: Game over (mondo dei videogiochi), Le due vite di Aya (mondo azteco), Quattro parole dal passato (medioevo italiano, inquisizione), Il tesoro dei briganti (Italia post-unitaria), L'ultimo canto del faraone (mondo egizio). Tutta la serie di Lara Bettini è quindi in bilico costante - e pericoloso- tra presente e passato, con incursioni dei protagonisti in altri mondi. Altri libri di Claudio Elliott: Birillo alla scoperta del mondo, La poliziotta bionda e con gli occhiali, Mistero a New York (con lo pseudonimo di Alexander Moore).

Consigli per la lettura: i capitoli vengono inseriti settimanalmente, quindi in home page troverete sempre il capitolo più recente. Per iniziare la lettura da qualsiasi capitolo basta cliccare nella banda di sinistra sul capitolo desiderato nelle Categorie.

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lunedì, 09 gennaio 2006

capitolo decimo

capitolo nono

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431) Giovanna d'Arco, all'interno della Cattedrale di St.Sacerdos.


Le cose si complicano

Lara, dopo aver esposto la sua semplice ma geniale idea, e dopo aver avuto l’approvazione di Omero e Ricciardi, si diede da fare per organizzare il tutto.

- Servono almeno una decina di persone, però – disse, al che Omero contò veloce: - Voi ragazzi siete quattro (tu, Floriana, Marina, Leo), poi ci siamo noi adulti (Ricciardi, tua madre e io). Forse tua madre non vuole partecipare.

- Perché no? – chiese Gloria, che stava ascoltando – Ho ancora gambe e polmoni a posto.

- Va bene, allora siamo in sette. Uno fa l’arbitro. Si può fare – disse Lara – Tre contro tre.

- E se Marina lo sa che occorrono dieci persone? – chiese Omero – Potrebbe insospettirsi.

- Ma quella non è la nostra Marina, ha le rotelle fuori posto.

- Secondo me, bisogna fare le cose in regola – ribadì Omero. Nel frattempo si era avvicinato Leo, a cui fu raccontato del piano di Lara. Lui si rivolse pieno di stupore verso la sorella.

- Non è possibile che Lara abbia avuto un’idea così intelligente. Sorellina, mica l’hai avuta tu la botta in testa?

- Spiritoso! È tutta invidia!

- Di te? – chiese ridendo Leo.

- Non fare la scimmia e dimostrami subito come sei ingegnoso: dobbiamo trovare subito altre due persone. Dovremmo essere dieci, ma papà non c’è, Bruno neanche.

- Va bene, te li trovo. Faccio un paio di telefonate ai miei amici, se non sono andati a scuola. Ma dove la facciamo, la partita?

- Qui, nel giardino. Tanto deve durare poco. Ci mettiamo in posizione, diamo due calci alla palla, che deve finire dalle parti di Marina. Quando lei sta per calciare, qualcuno la deve contrastare in modo rude e farla cadere a terra.

- Sperando che batta la testa non troppo duramente – concluse Omero.

- E quel qualcuno chi dev’essere? – chiese Leo.

Lara stava per rispondere quando un fracasso familiare la fece voltare. Dalla macchina più rumorosa della zona emerse Bruno, con l’aria allarmata.

- Mi è scappato – disse.

- Chi? – chiese Omero.

- L’altro – rispose Bruno, come se la cosa potesse essere chiara.

- L’altro? – chiese Floriana, che aveva sentito il padre arrivare, e quindi aveva lasciato Marina all’interno della casa ed era uscita.

- Lì – spiegò Bruno a quella banda che non capiva mai niente, e indicò la macchina – ce n’è uno.

Videro nell’auto un ragazzo dallo sguardo spaurito.

- E l’altro mi è scappato – ripeté Bruno. Poi spiegò: - Erano i duellanti.

Ricciardi osservò il tizio nella macchina e capì subito che si trattava di uno dei cavalieri; esclamò: - I nostri postini, ecco chi sono!

Bruno stava per rispondere che era proprio così, poi si rese conto dell’assurdità di ciò che aveva detto il professore, così chiese: - Postini? C’è stata una nuova assunzione di postini?

- I messaggeri, volevo dire – si corresse Ricciardi.

- Ah – disse Bruno – ora capisco: siete in combutta! Anche loro hanno detto di aver portato dei messaggi. Quindi lo sapevate, eh? State organizzando uno scherzo a qualcuno? A me, forse? Carnevale è lontano, sapete.

- Ma no, Bruno – intervenne Omero – è una cosa un po’ complicata da spiegare.

Bruno era agitato, e parlò gesticolando con le braccia come mulini a vento, indicando ora il tipo nella macchina, ora quello che era scappato (e quindi additando vagamente i dintorni), ora la parte del paese dove c’era il suo ufficio, e poi mimando un duello:

- Complicata? Complicata? Questi due, insomma, qui ce n’è uno, l’altro mi è scappato, questi due pazzi li ho trovati che duellavano con delle spade, su al bosco, e li ho portati in ufficio, e mi hanno raccontato un sacco di fesserie.

- Tipo? – chiese Lara, molto interessata alla presenza dei due cavalieri: se provenivano dal tempo di Giovanna d’Arco, significava che davvero l’eroina della Francia del 1400 chiedeva una sua collaborazione, o chiedeva il suo aiuto. Ormai queste cose non la stupivano più, e anche il suo gruppo di amici si era adeguato alla situazione, e partecipava alle sue escursioni in altri tempi e in altri luoghi.

- Cosa vuoi sapere?

- Che tipo di fesserie ti hanno raccontato? – chiese di nuovo Lara, prendendolo a braccetto. Bruno si stava calmando, e lei notò che era solo apparente, quella calma: sotto sotto covava un senso di impotenza, di curiosità, ma anche di rabbia per non avere la situazione sotto controllo.

- Non ho capito bene. Uno, quello che è in macchina, dice che ha scritto una lettera, l’altro invece che l’ha fatta scrivere da Marina, e fin qui poco male, se uno è ignorante si fa aiutare, lo facevo anch’io a scuola. Mi hanno raccontato che hanno consegnato le lettere, e questo lo sapete, se dite che sono dei postini. La cosa folle è che affermano che provengono dalla Francia di sei secoli fa, capite? Che sono capitati qui attraverso una cascata, anzi: da dietro una cascata.

- Una cascata? – chiese Lara.

- Sì. Si sono lanciati coi cavalli e si sono trovati qui. Uno è caduto addosso a Marina.

Omero e Ricciardi si guardarono, mentre Leo diceva quello che loro due avevano pensato: - Ecco spiegato tutto.

- Un corno – disse Bruno. – Mica è finita qui. Innanzitutto la cascata fino al giorno prima non esisteva. Poi nella storia c’entra una tale Giovanna, e poi un signore che non ho capito bene chi sia.

- Per tranquillizzarti – disse Ricciardi, battendogli una mano sulla spalla – questo non è uno scherzo orchestrato da noi.

- Anzi – disse Omero – non è per niente uno scherzo. A proposito, vado a vedere se Popo mi ha risposto.

- Volete dire – chiese Bruno con tono indagatore – che questi due provengono davvero dalla Francia, che sono davvero passati attraverso una cascata …

- Li ha mandati Giovanna d’Arco – lo interruppe Lara – la prescelta del Signore.

Bruno si voltò verso di lei e la fissò negli occhi. Le chiese: - Signore nel senso di Dio?

- Sì.

- Infatti così mi hanno raccontato, ma non ci ho creduto. In verità, non credo a una virgola di quello che mi hanno detto. E neanche di quello che adesso state imbastendo. E se non siete stati voi a farmi questo, ci dev’essere lo zampino di qualcun altro. E poi, chi è questa Giovanna d’Arco? Il nome non mi è nuovo, l’avrà letto nell’archivio della polizia, ma non riesco a ricordarmi il viso.

- Hai un archivio molto vecchio, papà – disse Floriana – Di almeno seicento anni. E non c’erano foto, all’epoca.  Anzi, di lei non si hanno neanche ritratti.

- Ah, ti ci metti anche tu!

- Questa dei ritratti gliel’ho detta io – intervenne Ricciardi – perché proprio l’altro giorno stavo parlando delle poche donne presenti nello studio della Storia, e ci siamo imbattuti in Giovanna d’Arco.

Bruno stava per dire qualcosa, quando la figlia gli chiese: - Papà, cosa ti ho detto stamattina, ti ricordi? Del sogno …

- Sì, uno che ti ha detto una cosa che non dovevi …non ricordo.

- Non mi ascolti mai quando parlo! Era una ragazzina di un tempo passato, e voleva che qualcuno le credesse. Ora so chi era.

Il capitano inglese Falstaff sapeva che le truppe francesi volevano attaccarlo, per appropriarsi dei viveri che erano destinati ai soldati inglesi che assediavano Orléans. La quaresima era vicina, e non si poteva mangiare carne. Venendo da Parigi con millecinquecento uomini, aveva portato migliaia di barili di aringhe affumicate.

Falstaff era stato informato che il suo avversario era Carlo di Borbone, e che i suoi alleati erano di grande valore. Allora si apprestò per la difesa, formando un enorme quadrato coi suoi trecento carri. In questo quadrato dispose gli uomini e le provviste, mentre all’esterno fece disseminare il terreno di pioli piantati nel suolo che rallentassero gli assalti e si conficcassero nel ventre indifeso dei cavalli.

I francesi non riuscirono a superare questi ostacoli, ma si trovarono a sparare contro migliaia di barili, che si aprirono e cosparsero il terreno di aringhe affumicate: erano bastati a proteggere gli inglesi dal vano assalto di Carlo di Borbone.

Il morale dei francesi era a terra: gli ultimi baluardi stavano per cadere nelle mani degli inglesi. Giovanna, a svariate miglia di distanza, era impaziente, sentiva il malumore della gente quando si recava al mercato; capì che il momento del suo intervento era venuto, e quindi andò dal capitano Robert de Baudricourt.

- Capitano, nonostante i nemici siano ancora vincitori … – disse, ma fu interrotta dal capitano: - Che ne sai, tu?

- Sono bastati dei barili di aringhe per fermare i nostri – disse la ragazza davanti agli occhi stupiti di Robert.

- Cosa dici? Cosa vai farneticando? Aringhe?

- È così, capitano.

In quel momento, proprio quando Robert la stava scacciando in malo modo, un attendente entrò tutto trafelato nella tenda del capitano e gli riferì che le truppe di Carlo di Borbone avevano perso contro dei barili di pesce affumicato.

A questo punto il capitano osservò quella gracile fanciulla, che lo fissava con sguardo fiero: lei sapeva della grottesca sconfitta dei francesi. Come era stato possibile? Davvero i santi, di cui si vociferava, le avevano rivelato il risultato ridicolo di quella battaglia? Era possibile che davvero fosse stata investita da Dio di quella missione di cui parlava?

Lei sopportò il suo silenzio per alcuni istanti, poi gli disse, riprendendo la frase che prima le era stata troncata: - Nonostante i nemici stiano vincendo, il Delfino diventerà re e sono io che lo condurrò alla consacrazione.

- Credo – disse il capitano, e Giovanna notò che il suo tono si stava addolcendo – che ti assegnerò una scorta per accompagnarti al castello di Chinon, dove risiede il Delfino.

La ragazza rispose, con parole ispirate e con un tono che lasciò Robert allibito:

- E fai bene, perché prima della mezza quaresima bisogna che io sia presso il mio dolce Delfino, dovessi consumare i miei piedi fino alle ginocchia, poiché nessuno al mondo, né re, né duca, né alcun altro possono recuperare il trono di Francia. Non ci sono che io che possa soccorrerlo, anche se avrei preferito rimanere vicino a mia madre a filare, perché il mestiere delle armi non è il mio; ma bisogna che lo faccia poiché il mio Signore vuole che io agisca così.

Il capitano intuì che Giovanna aveva un potere misterioso, forse era il segno del destino: le battaglie concrete non portavano a nulla, e allora perché non confidare nel miracolo, ultima risorsa della disperazione?

Il 23 febbraio 1429 un piccolo drappello, capitanato da una ragazza con i capelli tagliati corti e vestita da uomo, sul cavallo donatole dal capitano, partì alla conquista di un regno.

Robert, deposta ormai la maschera dello scherno e del rifiuto, le consegnò la sua spada dicendo: - Va’, e succeda quello che deve succedere.

Giovanna, all’improvviso, scese da cavallo davanti agli occhi stupiti della sua piccola scorta (sei persone in tutto) e mise il ginocchio a terra, rivolta verso la Madonna della cappella dove spesso era andata a piangere durante i mesi passati nell’attesa di essere ricevuta dal capitano. Stette a lungo genuflessa, poi, risalita  a cavallo, seguita in silenzio dalla scorta, nell’armatura che la cingeva dura e ferrea come il simbolo del dovere, compì il suo viaggio, ora a trotto, ora  a galoppo, verso Chinon, sulla sinistra della Loira. Lì il Delfino era stato preavvisato dal capitano Robert del suo arrivo.

Il viaggio avvenne nel cuore dell’inverno, quando i lupi si nutrono di vento, come disse un poeta. Si snodò lungo sentieri secondari per evitare le strade battute dai borgognoni, alleati degli inglesi. Durante la cavalcata, attraverso strade che erano un rischio continuo per le condizioni del tempo, per le belve della foresta, per i fuorilegge, Giovanna ascoltò spesso le voci dei suoi santi. Il drappello si fermò ad ogni chiesa, ad ogni altare, davanti a cui lei si inginocchiava a pregare, per cui i suoi compagni di viaggio ne percepivano la superiorità spirituale.

Dopo circa due settimane, durante le quali Giovanna aveva dettato un messaggio al Delfino (preannunciandogli il suo arrivo) e un messaggio alla famiglia, la comitiva giunse il 6 marzo a Chinon.

Quando al dottor Bettini capitò nello studio un tizio con la mano ferita, capì che qualcosa non quadrava. Innanzitutto il tipo era stralunato, come spaesato, si guardava attorno con aria perplessa. Poi aveva un abbigliamento inusuale, fuori moda, come se stesse provenendo da una festa mascherata o dal set di un film in costume. Inoltre parlava in modo sconclusionato. Diceva che era scappato dalla finestra di un bagno, e nel ricadere si era tagliato con un vetro, oppure che se l’era tagliata nel rompere il vetro della finestra del bagno, e che poi era andato alla farmacia e una signora gli aveva detto che poteva andare a farsi medicare dal dottore, che però in genere non curava quel tipo di ferite.

- Infatti non le curo, d’abitudine.

- Allora che dottore sei?

- Io sono un dermatologo, cioè curo la pelle.

- E questa è una ferita alla pelle – disse il tipo, con la mano a palmo in su poggiata sulla scrivania; vi era un lungo taglio.

- Dal punto di vista logico, è proprio così. Mi faccia vedere. Bah, una cosa superficiale. Ora le faccio una piccola fasciatura.

- Superficiale o no, mi fa male.

- Il vetro avrà leso un tendine – commentò Bettini, mentre fasciava, dopo avere disinfettato la ferita.

- Sono uno stupido – diceva il tipo, mentre il dottore lo curava e lo ascoltava con sempre maggiore stupore – ho fatto un duello, poco fa, e non mi sono procurato neanche un graffio, anzi prima sono passato col mio cavallo attraverso un muro d’acqua e sono anche caduto, ma niente, non un graffio, poi sono stato arrestato dalla polizia, ma sono fuggito, e come un pivello mi sono fatta questa ferita alla mano.

- Ah, quindi lei è passato col cavallo attraverso un muro d’acqua… Cos’è?

- Non ti spiego i particolari, caro dottore, perché non li conosco neanche io, e poi tutto è avvenuto in pochi minuti, mica lo sapevo che capitavo qui, io seguivo Charles, che ne sapevo che poi andava alla grotta e poi si lanciava col cavallo verso... anzi, la cascata non c’era prima, a ben pensarci.

- Ah, una cascata. Capisco. C’era o non c’era? – chiese Bettini, che avrebbe volentieri mandato il tipo in una clinica psichiatrica. Non aveva mai sentito un discorso più sconclusionato.

- Non c’era, però il mio cavallo l’ha attraversata. E siamo caduti su una ragazza, a cui ho fatto scrivere la lettera.

- Su una ragazza?

- Beh, l’abbiamo sfiorata, però si è spaventata. Vedessi che faccia, ha fatto.

- E poi le ha fatto scrivere una lettera? Gliel’ha dettata?

- Beh, io non so scrivere, ma ho le idee chiare.

- Interessante – disse Bettini, che aveva terminato la fasciatura e osservava lo straniero: era proprio svitato, altro che idee chiare.

- E ora volevo scappare, trovare Biancofiore …

- Biancofiore?

- Il mio cavallo. Così l’ho battezzato.

- Un bel nome, non c’è che dire.

- Certo, l’ho scelto io. E insomma volevo tornare in Francia.

- Ah, è da lì che è venuto attraverso, mm, il muro d’acqua?

- Il tuo tono mi pare ironico.

- No. È una sua impressione. Quindi è lì che vuole tornare?

- Sì, e al più presto.

- Chi glielo impedisce? – chiese Bettini.

- Il fatto è che non so come fare. Sono fuggito per istinto, ecco.

- Qui siamo lontani dalla Francia. Può andare alla stazione e prendere il treno.

- Il che?

- Il treno. Ciuff ciuff – fece il dottore, che ormai era più che sicuro che mancasse più di una rotella al tizio, e quindi poteva parlargli in modo bambinesco.

- Non so cosa dici. Ciuff ciuff: che roba è? Mi prendi in giro?

- Non lo farei mai. Ora la mano è fasciata, e può andare. Quando esce dallo studio, prende la strada a sinistra, e in fondo al viale c’è la stazione. Per prendere il ciuff ciuff.

Il tizio si alzò, alto e magro, e si avviò alla porta. Il dottore si accorse che traballava, come se gli mancassero le forze.

- Qualcosa che non va? – chiese.

- Mi sento debole. Ho mangiato solo un panino. Il duello mi ha sfiancato. Charles è forte, è abile, mena quella spada con una energia, non l’avrei mai pensato, e io non è che valgo meno ...

- Un duello con le spade?

- E come, se no? Le pistole sono poco affidabili. Le nostre, dico. Il capitano che mi ha arrestato ne ha una piccola, ma non credo che sia pericolosa.

- Non ci giurerei. Senta, ma questo Charles, non è quello che seguiva nella grotta, mi pare? Allora sarebbe un suo nemico?

- Certo. Lui ha una missione da compiere, e io non voglio che lo faccia. Allora mi sono servito di quella ragazza.

Bettini anche questa volta non ci stava capendo niente, e in fondo non gli interessava: aveva sentito che nella sala d’attesa c’erano un paio di persone che parlottavano, e quindi prima si liberava del tizio prima poteva visitare i pazienti che stavano aspettando.

- Beh, ora ho da fare. Se ha fame, ci sono negozi e bar lungo la strada. Anche una birreria.

- Bene. Grazie dottore. La mano mi fa meno male. Spero anche che quella Marina stia bene, dopo la botta che ha preso.

- Speriamo che.... Come?

A sentire il nome dell’amica della figlia Lara, Bettini si bloccò con la mano sulla maniglia della porta: - Marina, ha detto?

- La conosci? È una biondina insipida …

- So chi è, ed è l’amica dei miei figli. Che c’entra lei, ora?

- Ma come? te lo dicevo prima: ci sono cascato addosso col cavallo, poi le ho dettato una lettera per una persona, un nome famoso, ora non mi ricordo, un nome greco. Sofocle? Platone? Boh!

- Omero?

- Sì, lui. Lo conosci?

- Certo, è mio fratello. Cosa c’entra lui, ora? E Marina, che si è fatta? E dov’è?

- Non lo so. Sono fuggito. Le cose sono andate come ti ho detto. La cascata …

- Adesso lei si siede lì.

- Niente ciuff ciuff?

- Niente – disse Bettini, che aveva preso la decisione di chiudere lo studio e di tornare a casa portandosi dietro il tipo; da lì avrebbe chiamato Omero e Marina e avrebbe cercato di chiarire le cose; poi aggiunse:- Trovo una scusa con quei pazienti che sono di là; la ospito a casa mia, e domani la faccio ripartire per la Francia.

- Bene. C’è un piccolo particolare, però – disse Alphonse, mentre il dottore aveva già oltrepassato la soglia.

- Cioè? – chiese il dottore, allarmato, rientrando.

- Dovrei tornare in Francia, sì, ma anche nel mio tempo.

A Bettini si rizzarono i capelli in testa: quando si parlava di tempi diversi da quelli contemporanei, c’entrava Lara. E se c’entrava Lara, le cose non erano per niente semplici. Per niente. Chiese, accasciandosi sulla sedia e con un filo di voce: - Qual è il suo tempo?

- 1425, dottore.

postato da: italiamedievale alle ore 07:29 | link | commenti
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