Romanzo inedito per ragazzi di Claudio Elliott.

GIOVANNA D'ARCO (1412-1431)
Vicino a Domrémy vi era un faggio, chiamato albero delle dame, o albero delle fate. Nei suoi pressi, c’era una fontana. Giovanna aveva sentito dire che i malati vi si recavano per avere sollievo, e qualcuno, dopo aver bevuto, andava poi a passeggiare sotto l’albero delle fate. Anche Giovanna, con le sue amiche, amava passare il tempo sotto il grande albero, e spesso intrecciava delle corone per la statua di Nostra Signora di Domrémy. La leggenda pagana diceva che erano le fate a frequentare l’albero, e anzi qualche dama del villaggio diceva anche di averle viste, ma Giovanna non prestava fede a queste credenze di antica origine gallica.
Quel giorno era sola. Da quando aveva sentito le voci, si era come isolata, rifiutava di giocare e danzare, perché doveva riflettere. Quel giorno si domandava di nuovo, come tutti i giorni e le notti, come mai i santi si erano rivolti a lei; ma la cosa era senza risposta.
Si chiese anche perché le personalità che si erano rivolte a lei erano San Michele, Santa Caterina, Santa Margherita, ma non trovava le risposte: le sue conoscenze non andavano molto oltre la cultura quotidiana, o la religiosità popolare.
Luc comparve, silenzioso come sempre. Giovanna saltò su per lo spavento. Poi vide chi era e si rilassò.
- Il messaggero è partito disse il cugino, a occhi bassi.
- E poi?
- Niente. È partito. Ha con sé una lettera. E basta.
- Perché non mi guardi negli occhi? cosa mi nascondi?
- Nulla. Ecco, ti guardo.
La fissò nei suoi occhi di ragazza semplice, castani e puri, che spiccavano grandi sul volto minuto e pallido. E anche lei lo scrutò, e arrivò al fondo del suo animo, e allora chiese in un sussurro prendendogli la mano: - Allora?
Lui si fece rosso, e glielo disse. Una persona si era intromessa nel suo piano, subdolamente. Era entrato nella porta per il futuro, quella che lui aveva immaginato solo per Charles, che aveva lo scopo di aiutarla a salvare la Francia. Giovanna non capiva tutto di quella spiegazione, perché non era a conoscenza del piano di Luc, ma intuì, con la morte nel cuore, che un ostacolo in più si frapponeva alla realizzazione di quello che le voci le stavano chiedendo.
- I miei Santi mi aiuteranno, e faranno sì che il Delfino riconquisti il trono dichiarò Giovanna, la cui fede era incrollabile. Poi aggiunse: - Secondo te, Luc, perché le visioni che ho e le voci che sento sono proprio di San Michele, Santa Caterina e Santa Margherita? Perché non altri santi? Perché quei tre? Tu hai studiato, e me le puoi dire.
- Ci ho pensato in questi giorni, proprio mentre tu mi raccontavi di questi incontri. Ho studiato un po’. San Michele, quello che ti è comparso nel cortile di casa tua, è scelto da Dio quando c’è bisogno di un atto di grande resistenza, il che vuol dire che la tua missione non sarà semplice.
- E chi lo ha mai pensato? borbottò Giovanna.
- E poi San Michele è il protettore della casa Valois[1], e tu stessa sai le leggende che si raccontano su di lui. E poi è il patrono, pensa un po’, del villaggio di tua madre.
- Ma guarda! fece Giovanna, che vedeva in questo un altro segno della sua predestinazione.
- Santa Caterina è la saggezza, ed è la protettrice di quel paese lì, vedi? Ci vai spesso a pregare.
- La saggezza: vuol dire che dovrò essere prudente?
- Sì. Prudente e saggia. Santa Margherita, invece, rappresenta la castità: non si è mai sposata, era una pastorella come te, ma non ha mai voluto la vicinanza di un uomo.
- Avevo intuito che tra me e lei c’era qualche somiglianza: quando prego davanti alla sua statua, nella nostra chiesa di Domrémy, mi sento davvero vicina a lei. Anche io non voglio mai sposarmi, anche se papà mi trova pretendenti e fidanzati. Ora capisco molte cose. Ora capisco che la mia missione deve andare avanti. Tu mi aiuterai?
- Io sì. lo sto già facendo. E spero che Charles non venga ostacolato da quel mascalzone che si è tuffato con lui nel futuro.
Alphonse e Charles venivano sballottolati su quel veicolo rumoroso, guidato dal tipo che aveva interrotto il loro sacrosanto duello solo perché aveva con sé la pistola, piccola ma apparentemente efficace. Avevano perso la nozione del tempo: erano partiti la sera dalla grotta sulla Mosa, e ora sembrava mattina. Il sole era alto. Cominciavano a sentire dei languori nello stomaco.
- Ho fame. Non mangiamo da quanto, cugino?
- Secoli disse Charles.
- Spiritosi fece Bruno, che stava parcheggiando presso la piccola stazione di polizia. - Entrate. Vi faccio preparare dei panini.
- Meglio una coscia di montone replicò Alphonse, che seguiva il capitano e che si guardava attorno, analizzando la situazione: pensava a una maniera per fuggire.
- Panini. Con la mortadella ribadì Bruno.
- Schifezza fece Alphonse.
- Meglio di niente disse Charles.
- Con la birra aggiunse Bruno.
- Beh, qui si ragiona fece Alphonse. Charles annuì. Aveva fame, ma ancora di più sete. Il duello lo aveva sfiancato: lui era più abituato a combattere con le armi della scrittura e del mistero piuttosto che con le armi vere e proprie.
Bruno si rivolse a un agente, che guardava a bocca aperta i due: - Recupera la mascella. Fai accomodare questi signori in quella stanza e non farli uscire. Devo fare delle ricerche. Chiama la birreria e fa’ portare delle birre e dei panini.
- Voglio parlare con Lara disse Charles.
- E io con Omero disse Alphonse.
Bruno, che si stava dirigendo verso il suo ufficio, si fermò, inchiodato al suolo, poi si voltò lentamente: - Cosa? Che avete detto? Conoscete Lara e suo zio?
- Sì e no rispose Charles. Bruno stava per replicare che quella era una risposta equivoca, quando Alphonse aggiunse: - Se è per questo, conosco anche Marina.
- Cosa? Conosci Marina?
- E chi è ? chiese Charles meravigliato.
- Una biondina, magra come un chiodo gli sussurrò Alphonse.
- E quindi non venite dal passato, come avete detto al bosco concluse Bruno, tornando al centro della stanza, rabbuiato in volto se conoscete queste persone. Spero che mi diciate la verità, ora.
Si sedette davanti a loro, a cavalcioni della sedia, come aveva visto in molti film. Era una posizione davvero scomoda, con la spalliera tra le ginocchia.
- Gliel’abbiamo detta, la verità, capo fece Charles Lui sta tirando a indovinare.
- Indovinare? reagì Alphonse Le ho dettato una lettera, a Marina, poco fa.
- Cosa hai fatto? chiese, con tanto d’occhi spalancati Charles.
- Una lettera? chiese invece Bruno. Cominciava a non capirci molto.
- Sì, sì, una lettera. Da parte di Giovanna dichiarò Alphonse.
- Ma l’ho portata io, la lettera di Giovanna protestò Charles.
- E chi è questa Giovanna, ora? chiese Bruno, confuso più che mai, scendendo dalla posizione scomoda e sedendosi come Dio comanda. - E quante lettere ci sono in ballo? E perché delle lettere? E Giovanna non sa scrivere?
- Neanche lui disse Charles, indicando il suo avversario.
- Infatti l’ho fatta scrivere da Marina, la biondina, poco fa disse Alphonse senza rispondere alle domande del capitano.
- Ah disse Charles avventandosi su di lui e mettendogli le mani al collo è così che stai cercando di ostacolarmi!
L’agente, che era appena rientrato coi panini e le birre, le depositò a volo sulla scrivania e si lanciò su Charles e liberò il collo di Alphonse.
- Quest’uomo è pericoloso disse il malcapitato, sfregandosi il collo indolenzito.
- Ditemi chi è questa Giovanna, prima che vi sbatta in gattabuia per dieci anni! gridò Bruno.
- È la cugina di Luc disse Charles, che si era calmato e si era seduto, sorvegliato a vista dall’agente.
- Bene disse Bruno, poi li fissò negli occhi. Cominciava a spazientirsi: - E chi è Luc?
- Il cugino di Giovanna rispose Alphonse.
- Siamo punto e daccapo disse Bruno.
A questo punto Charles si batté la mano sulla coscia, saltando in piedi: - Ehi, mi sono dimenticato di Apollodoro!
- E io di Biancofiore! esclamò Alphonse, anche lui balzando su, e dandosi una manata sulla fronte.
Bruno si sentì gelare il sangue nelle vene: ora comparivano sulla scena altri due personaggi, in quella incredibile commedia. Si girò vero Charles con fare sarcastico: - E questo Apollodoro, di chi sarebbe cugino?
- Ah, questo proprio non lo so.
- E Biancofiore? chiese Bruno ad Alphonse.
- Non sono cugini, non hanno cugini, che ne so.
- Sono cugini tra di loro? E c’entrano con Giovanna e Luc, che invece sono cugini, vero? chiese Bruno ormai spazientito: si sentiva come un insetto nella tela di un ragno, e non sapeva come uscirne. Alphonse rispose a quelle domande assurde:
- Luc e Giovanna sì, come no, ma Apollodoro e Biancofiore, tra loro può darsi, ma non con Giovanna
- Che c’entrano i cugini, poi? chiese Charles, che cominciava a sentire i morsi della fame e della confusione.
- E che ne so? disse Bruno, orami ai limiti della ragione Siete voi che parlate di cugini.
- Ho sete disse Charles.
- E fame aggiunse Alphonse.
- Va bene, rifocillatevi. E poi, tutta la verità. Va bene?
Uscì a prendere una boccata d’aria.
A Città del Messico la notte era appena iniziata, lentamente come sempre, e attraverso lo smog della metropoli s’intravedeva la luna. Popo Catepetl la stava osservando, sul suo terrazzo, con il bicchiere di tequila nel pugno, la moglie Pilar a fianco: stava sfogliando una rivista di architettura.
- Cosa c’è di meglio di un bicchiere di tequila con particelle di idrocarburi, ossido di azoto, acido cianidrico, eh? chiese Popo, osservando il liquido in controluce.
- Niente di meglio, direi.
Lei non lo contraddiceva mai, neanche in occasione di quella palese battutaccia sull’inquinamento: aveva le sue opinioni, ma le faceva emergere piano piano, nella convinzione che il tempo assegnasse i torti e le ragioni.
E lei sapeva che quella banale osservazione sulla tequila piena di particelle dello smog della metropoli più grande e disastrata del mondo nascondeva qualcosa. E tutto era collegato con la posta che era arrivata nel tardo pomeriggio, dal suo amico Omero Bettini. Una cosa su cui il loro disaccordo era venuto alla luce, ma sempre in quella morbidezza di toni che alla fine rendeva tutto accettabile.
Sul computer la posta di Omero aveva solo gli allegati, senza neanche una spiegazione scritta da parte del mittente. Nel rigo in cui si scrive l’oggetto della lettera aveva digitato: OSSERVAZIONI?
La cosa era strana, perché nelle altre occasioni in cui Omero aveva voluto una collaborazione, un consiglio o un vero e proprio aiuto, aveva anche aggiunto abbondanza di particolari. Quella mattina invece c’erano solo le riproduzioni di due documenti, apparentemente antichi. Popo li stampò a colori e li osservò con la moglie.
A un certo punto Pilar disse, mentre esaminava uno dei documenti: - Secondo te, perché non ci ha scritto un solo rigo di accompagnamento?
- Per non deviare la nostra attenzione?
- Dici?
- Per non darci indicazioni?
- Sarà.
- Insomma per non inficiare[2] la nostra opinione.
- Su cosa? Su due documenti antichi? Ma perché mai vorrebbe la nostra opinione? Se invece ce li ha mandati così per farci sapere che ha fatto una scoperta interessante, e ce ne vuole fare partecipi in quanto suoi amici?
- Analizziamo i due documenti, e scopriremo perché ce li ha mandati propose lei, che amava le sfide.
- Analizziamoli. Ma credo che non abbia aggiunto un solo rigo di commento per un’altra ragione, e non per lasciarci macerare nel mistero e nella curiosità.
- Cioè?
- Non lo ha potuto fare. Gli è stato impedito.
- Che vuoi dire?
- Se queste due pergamene (così sembrano essere) sono pericolose, qualcuno forse lo sta minacciando.
- Leggi troppi libri gialli, caro Popo. E comunque potresti telefonare.
- Ora sono le sei. Ci sono sette ore di differenza, mi pare. Lì è notte fonda. Meglio di no. Beh, vediamo di che si tratta.
Posero le due stampe di quelle che in originale potevano essere due pergamene sul tavolo di lavoro di Pilar.
- Cosa dobbiamo esaminare prima? chiese Pilar.
- L’insieme. Osserva dall’alto, ecco, da qui. Cosa ti pare?
Lei disse che sembravano senz’altro due fogli, forse di pergamena, scritti con due grafie differenti, quella di sinistra apparteneva a una persona colta, dalla scrittura fluida, un po’ forzata, come se avesse aggiustato i suoi caratteri per farli sembrare più leggibili. Un po’ come un dottore che scrive in modo leggibile una ricetta per una persona che non ha dimestichezza con i ghirigori dei medici, ecco. L’altra, aggiunse Pilar, sembrava di una persona meno abituata a scrivere, forse molto giovane: notava qualche sbavatura dell’inchiostro, qualche incertezza.
- Ed è una donna disse alla fine.
- La seconda?
- Sì. È senz’altro un modo di scrivere femminile. La prima, non ci giurerei, ma mi sembra più maschile. Ambedue sono però grafie non moderne, non contemporanee a noi, di sicuro.
- Una buona analisi, tenuto conto che sono copie. Allora la prima, quella di sinistra, la chiamiamo Lettera Vos, dalla prima parola. L’altra la chiamiamo Lettera Jhesus.
Lei si disse d’accordo: in quella maniera sarebbe stato più facile parlarne.
Popo chiese: - Va bene. Altro da osservare, sulla struttura dei due testi?
- Beh, non hanno data.
- E non hanno firma aggiunse lui. Lei approvò silenziosa.
- Ora, vogliamo vedere cosa scrivono queste due persone?
- Se sono due puntualizzò Popo.
- Pensi che sia una persona sola che ha scritto le due lettere con grafie diverse?
- Potrebbe essere.
- Oh, certo disse lei, anche se non lo pensava affatto.
- Leggiamole.
Ci misero un bel po’ a leggerle, a trascrivere la traduzione in spagnolo: ebbero dubbi su molte parole, ma alla fine ne uscì una trasposizione che li soddisfece.
- Beh, oddio, sono messaggi davvero strani.
- Inquietanti disse Popo, che poi aggiunse: - Al significato pensiamo dopo. Guardiamo la forma.
A lei piaceva il suo metodo. Popo era uno storico, ma analizzava le cose come uno scienziato, passo dopo passo, segmento dopo segmento, senza farsi fuorviare da pregiudizi.
- La lingua utilizzata. Il latino utilizzato. Usa, mi riferisco alla Lettera Vos, la prima, Francie, mentre è corretto Franciae. Dice celorem, ma è corretto coelorum e continuò l’esame parola per parola; alla fine concluse: - Di sicuro è una lingua medievale, con influenze francesi.
- Sono d’accordo. La seconda, la Lettera Jhesus, utilizza anch’essa lo stesso linguaggio. Già Jhesus non si scrive così, poi c’è quel misissem che dovrebbe essere misi disse Pilar, che si stava appassionando a quella sorta di indovinello proveniente dall’altra parte del mondo. E forse da un altro tempo.
- Quindi, la provenienza è senz’altro dello stesso periodo storico concluse Popo, che si alzò dalla sedia per sgranchirsi le gambe.
- E dalla Francia aggiunse Pilar, stirandosi.
- Sì: Francia, medioevo.
- Potrebbero essere contraffazioni? Dei falsi?
- Per questo aspetto, bisognerebbe analizzare la pergamena, da vicino.
- Però disse Pilar la stesura dei testi mi sembra troppo, come dire? … imperfetta. Voglio dire, se io ho l’intenzione di falsificare un testo di questo periodo storico, uso un latino maccheronico, un tardo latino, ma non avrei l’abilità di fare certi errori, di inserire dei francesismi …
- Hai ragione, signora. Sembrerebbero documenti autentici. E ora, il significato dei testi.
- Siamo negli anni venti del quindicesimo secolo disse Pilar, che aveva condotto degli scavi archeologici e degli studi storici proprio sulla Francia di quel periodo.
- Ecco, qui siamo nelle peste, perché le due lettere sono contrastanti. Sembra però che la mittente sia la stessa, Giovanna d’Arco. Che però non sapeva scrivere. Le ha dettate. O meglio, ha dettato una delle due. Ma l’altra?
- Il che disse Pilar mi fa capire che la nipotina di Omero si trova di nuovo immischiata in uno dei suoi contatti con un’altra realtà. Ecco perché il nostro amico ce li ha mandati, senza spiegazione. Voleva che ci arrivassimo da soli.
- E forse anche lui, con quel suo amico professore, li avrà tradotti. Vorrà un confronto.
- E noi glielo offriremo. Leggiamo le traduzioni?
- Eccole. La prima, la Lettera Vos, dice: Voi, uomini d’Inghilterra, che non avete alcun diritto in questo regno di Francia, voi il Re dei Cieli ammonisce e ordina tramite me, Giovanna la Pulzella, ad abbandonare le vostre fortezze e a ritornare nella vostra patria; o io vi farò un tale danno che lo ricorderete per sempre.
- Minacciosa, la fanciulla commentò Pilar.
- Ma l’altra non ha questa forza, è un testo troppo strano, che sembra contraddire la personalità della Pulzella. Senti: Gesù Maria, io Giovanna la Pulzella vi ho mandato le mie lettere, che sembrano le più oneste. Ma in verità vi dico che ho mentito. A me non hanno parlato i Santi, a me non è stata affidata alcuna missione. Uomini d’Inghilterra, non abbandonate la Francia, perché questa è la vostra patria.
- Gesù Maria era il motto di Giovanna d’Arco. Lo aveva fatto cucire anche sul suo stendardo osservò Popo e quindi questa missiva sembra proprio dettata da lei. Come l’altra.
Se ricordo bene, fu fatta prigioniera e alla fine bruciata come strega. L’avrà scritta sotto tortura ipotizzò Pilar, dopo aver riletto un paio di volte la traduzione effettuata dal marito.
- Non sono d’accordo. C’è qualcos’altro sotto. Ce l’ho davanti agli occhi e non lo vedo.
- Omero cosa vuole da noi? La traduzione? La nostra opinione? O vuole che troviamo il punto debole di una delle due lettere?
- Vallo a sapere!
- E perché Lara le ha avuto tutt’e due? chiese Pilar, che ormai era convinta che fosse così.
Un paio d’ore dopo, con la tequila che stava finendo nel bicchiere e con la notte placida che avanzava senza tregua, ragionando apparentemente sull’inquinamento della metropoli, Popo capì cos’era che non andava. E capì qual era delle due lettere quella falsa, quella non dettata da Giovanna d’Arco.